7.11.1915, affondamento del piroscafo Ancona e quell’oro che faceva gola a molti

…e l’oro che faceva gola a molti!

Affondato nel Canale di Sicilia ad opera del sommergibile germanico U 38 (battente bandiera austroungarica). Il piroscafo, al comando del capitano Pietro Massardo, era diretto a New York.
 Erano imbarcati 173 uomini d’equipaggio e 332 passeggeri (di cui 234 emigranti).
206 furono le vittime e molti superstiti furono soccorsi dal rimorchiatore Pluton.
 Il piroscafo durante quella tragica traversata, oltre ad imbarcare i nostri emigranti negli Stati Uniti, trasportava un carico di dodici contenitori contenenti oro. Ma qualcuno tradì…




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L’oro che faceva gola a molti

tratto da www.velaemotori.it



il-tesoro-degli-abbissiIl relitto della nave italiana Ancona, affondata a tradimento nel 1915, custodisce il suo prezioso carico. Oro che fa gola a molti: ecco la sua storia.
Lo scenario in cui si svolge la vicenda dell’Ancona è la prima guerra mondiale. L’Italia entra nel conflitto con l’impero austro-ungarico il 23 maggio 1915. Con i tedeschi la guerra inizierà il 27 agosto 1916, quattordici mesi dopo. Il piroscafo Ancona lasciò Napoli alle 11,45, sabato 6 novembre 1915, diretto a Messina dove imbarcò altri 130 passeggeri per un totale di 446 nelle varie classi oltre ai 163 uomini di equipaggio al comando del capitano Massardo, un cinquantenne stimato ed esperto.
 Dopo l’imbarco di passeggeri e mercanzie, reso lento dalla situazione disastrosa del porto dopo il terremoto del 1908, il piroscafo diresse la prua verso il largo a luci spente. Ai passeggeri di prima classe erano state consegnate candele che venivano accese solo dagli inservienti.
Il 7 mattina l’Ancona corresse la rotta al traverso di Trapani per dirigersi verso Gibilterra. Il tempo era discreto: nubi basse sopra un mare calmo.
 Una densa foschia circondava il piroscafo che proseguiva a 16 nodi.
 Alle 12 quando la campanella raccolse gli ospiti di prima classe nel salone del ponte superiore per il pranzo il tempo era leggermente schiarito. Le signore raccolte attorno al tavolo – i passeggeri di prima classe erano poco più di una dozzina – si lamentarono con il comandante perché la luce delle candele non era sufficiente. Il capitano Massardo, per non propagare allarmismi, spiegò che era una precauzione ma che in quella zona non avrebbero incontrato navi nemiche o un sommergibile austro ungarico. In quel particolare viaggio aveva un carico delicato di cui erano a conoscenza solo il commissario Muzio e il Cavalier Spiaccacchi accompagnatore ufficiale dei preziosi «bauli». Massardo non fece in tempo a terminare il pranzo. La rigida etichetta, oltremodo rispettata a bordo, fu interrotta dall’entrata di un marinaio che riferì un messaggio all’orecchio del comandante, che si alzò, afferrò il berretto e corse via.
 La nave si scosse dal suo torpore. I motori ruggirono, denso fumo proruppe dai fumaioli, la prua si inclinò in avanti. Una secca accostata produsse uno sbandamento avvertito dai passeggeri di prima classe che uscirono sulla balconata.
L’attacco e il disastro
Nei cameroni di terza classe nessuno si accorse di alcunché. La manovra non fu sufficiente. L’aria fu rotta dal rumore di un frullo, poi da un’esplosione. Il colpo di cannone era partito da un enorme sommergibile nero che si stagliava contro il fondale latteo dell’orizzonte. Colpì la fiancata. Poi un secondo tolse di mezzo le antenne radio, il terzo ne fracassò la cabina. Massardo mise in panne la sua nave. Non fu sufficiente: un quarto proiettile, forse un siluro, colpì a poppa sfondando timone e eliche. Il panico aggredì i poveracci della terza classe che come una fiumana inarrestabile uscirono dai boccaporti e si gettarono sul ponte superiore senza indossare le giubbe di salvataggio aggrappandosi disperati alle scialuppe che l’equipaggio stava cercando di calare. L’eccessivo peso degli occupanti, le manovre errate, la paura, il panico, fecero il resto. Alcune si fracassarono appese ai ganci, altre si sfasciarono. I passeggeri morivano annegati uno dopo l’altro mentre il sommergibile continuava ad avanzare e cannoneggiare.
Sulla superficie grigia del mare un solco bianco fece la sua comparsa. Senza preavviso, senza rispettare gli accordi internazionali l’U-boot aveva lanciato la sua terribile arma. Squarciò una fiancata con un botto tremendo. Urla, grida, sangue ovunque. Massardo ordinò l’abbandono della nave. Chi poteva ancora muoversi doveva lanciarsi in mare. La nave fortemente sbandata, tra poco si sarebbe cappottata. Le rimanenti scialuppe furono calate. Il secondo ufficiale Carlo Lamberti, pistola in pugno, a bordo di una di queste trasse in salvo alcuni passeggeri tra cui una donna, un medico della Croce Rossa, che si era lanciata direttamente nella scialuppa. Sarà la testimone che accuserà con precisione il comandante del sommergibile del misfatto compiuto. Al contrario Massardo alla stampa italiana rilascerà il suo racconto decurtato – forse dalla censura – di alcuni preziosi particolari. 
Ci vollero altri due siluri per far affondare l’Ancona. Alcune scialuppe si allontanarono verso ovest, altre tra cui quella del comandante si diressero ad est sospinte dalla corrente. Prima di saltare per aria il radiotelegrafista aveva inviato una richiesta di soccorso. Da Biserta, in ascolto, i francesi raccolto l’Sos avevano inviato il Pluton che a notte fonda raccolse molti naufraghi. Altri giunsero a remi sulla costa dell’isola di Zembra. Di altri non si seppe più nulla. Giorni dopo una scialuppa con tredici naufraghi fu rinvenuta a Marettimo dove, senza nome, questi sventurati furono sepolti dal prete del paese: ancora oggi una targa li ricorda.

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Le reazioni
La notizia del siluramento trasmessa dalla Reuter si propagò sui giornali di mezzo mondo, tranne che su quelli nazionali. Il New York Times chiese al proprio Governo se su quella nave non vi fossero cittadini americani. La situazione si fa presto critica. La Casa Bianca chiese spiegazioni agli austro ungarici i quali dichiararono di non avere sommergibili in Mediterraneo. La pressione sul caso salì rapidamente. Gli elenchi dei sopravvissuti faticavano ad arrivare. Per giorni restarono incerti. Le nostre autorità, si comprende, in qualche modo avevano qualcosa da nascondere. La pubblica opinione americana premeva. I giornali, travolti da richieste di parenti preoccupati per i congiunti. Il presidente americano Wilson arrivò a dare ordine agli ambasciatori e ai consoli nei paesi mediterranei di spendere qualunque iniziativa pur di avere testimoni americani.
I naufraghi furono riportati a Napoli, sede della commissione d’indagine. Il motivo di tutto stava in ciò che c’era a bordo, delicato non solo per il suo valore ma per le conseguenze politiche. Il Cavalier Spiaccacchi del Ministero dell’Agricoltura, deceduto nell’incidente, era in missione per conto del suo Ministero diretto a San Francisco a saldare la presenza italiana all’Expo con quattro milioni di lire in contanti. La pubblica opinione americana lesse la descrizione dell’aggressione del sommergibile dalla testimonianza della dottoressa Greil. La dottoressa menzionava il cambio di bandiera – da tedesca (l’Italia non era ancora in guerra con la Germania) ad austro-ungarica – la ferocia delle cannonate con passeggeri ancora a bordo, l’inseguimento delle scialuppe per non lasciare tracce. Il caso, dopo un lungo strascico diplomatico tra Washington e Berlino, mentre il nostro Governo taceva, terminò con l’entrata in guerra degli americani e la dichiarazione italiana verso i tedeschi. Dopo lunghe ricerche storiche si comprende che l’Italia non avrebbe potuto annunciare la perdita dei bauli, né l’America poteva fare altrettanto, perché coinvolta. Sarebbe emerso che da tempo l’Italia «importava» di nascosto materiale bellico – contrabbando di guerra – e chi forniva la merce erano gli americani. Sarebbe stato un atto irresponsabile dichiarare che quel pagamento in oro, andato a fondo, non era per le spese fieristiche ma per la fornitura di muli e biada. In barba alle leggi sottoscritte fra i paesi belligeranti e i neutrali. 
Che l’Ancona fosse uno dei maggiori relitti tesorieri del Mediterraneo lo si sapeva. In pochi erano a conoscenza di quanto vi fosse nelle sue stive. Informazioni riservate e costose, disponibili solo ai cacciatori di tesori.
I tentativi di recupero

Il relitto dell’Ancona fu ritrovato nel 1985, dalla Comex di Marsiglia. L’anno dopo la medesima compagnia effettuò un sondaggio usando uno dei primi sommergibili da ricognizione e scoprì che il relitto era ancora in buone condizioni, integro, alla profondità di 471 metri. Una ditta specializzata inglese nel 1990 effettuò il primo tentativo di recupero. Con l’uso di una campana d’alta profondità, i sommozzatori si calarono sul fianco della nave, ritagliando un’apertura all’altezza dell’ufficio del commissario per potervi penetrare. Operazione riuscita, ma nel comparto non fu trovato nulla. Nel 1995 un’azienda scozzese, partendo da Ravenna, riprovò a ripescare i dodici barrels. Usando una benna che fora, taglia e preleva. Nonostante lo sfondamento di vari ponti, il tentativo fallisce.
In anni recenti tornò all’attacco una compagnia inglese, ben nota per altre operazioni illecite in Mediterraneo. Con esplosivo per aprirsi una via di accesso. Si sa solo che l’operazione distrusse ancora di più il relitto.
 Nel maggio 2007 la Odyssey Marine Exploration ha depositato presso il Tribunale distrettuale di Tampa una tazza con la scritta Navigazione Italia e fa richiesta, in base alle leggi marittime, della proprietà del relitto e del suo contenuto alla faccia delle leggi. Il valore dichiarato dalla Odyssey è prossimo ai sessantasei milioni dollari: forse comprende anche la quantità di argento, differenza per arrivare alla somma totale di un milione di dollari che l’Italia avrebbe dovuto pagare agli Stati Uniti per i muli e la biada.

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