La lunga vita e le curiose vicende del piroscafo Alpino

di Guglielmo Evangelista (*)

Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto” è il titolo di una commedia cinematografica uscita negli anni ’70 e, con qualche modifica, potrebbe anche essere l’ironico titolo per la vicenda della nave che stiamo per raccontare: “Travolto da un insolito destino nell’azzurro del lago Maggiore”.

Correva l’anno 1850. Dopo la sfortunata guerra sostenuta dal Piemonte contro l’Austria nel 1849-49, il Verbano, con le sue acque di confine, era diventato un punto di attrito fra le due nazioni.
Per tutelare le sue coste, l’Impero austriaco mise in linea tre cannoniere. Erano navi semplici, di piccole dimensioni e adatte alla navigazione lacuale; come flotta non era trascendentale, ma era sufficiente a rendere l’Austria padrona del lago considerato che il Regno di Sardegna non vi aveva nessuna unità da guerra.
Erano il Radetzky, il più grande, ben armato con quattro cannoni, due obici e due spingarde, il Benedek, a elica, armato con due cannoni e due spingarde, e il Taxis, a ruote.
Si trattava di unità costruite in sezioni dalla ditta Escher & Wiss di Zurigo, specializzata in questo tipo di costruzioni e poi rimontate e allestite sul lago. La flottiglia, inizialmente al comando del maggiore Bolzani, comprendeva anche due barche cannoniere e una barca lanciarazzi.
Ben presto emerse un grosso problema: tutti i piroscafi mercantili che ormai da più di vent’anni facevano servizio sul lago appartenevano al Piemonte e l’Austria, timorosa che facessero più propaganda di idee che trasporto di passeggeri e merci, proibì loro l’approdo sulla riva lombarda con il risultato che i paesi rivieraschi di questa si trovarono del tutto privi di comunicazioni.
Fu quindi giocoforza disarmare il Taxis per adibirlo al servizio passeggeri sotto la gestione del Lloyd austriaco sull’itinerario da Magadino in Svizzera, capolinea delle diligenze di Berna e di Coira, fino a Sesto Calende in coincidenza con la diligenza per Milano.
Quando scoppiò la seconda guerra di indipendenza nel 1859 il Taxis tornò sotto bandiera militare riprendendo la sua funzione di cannoniera, armata con due cannoni da 16 libbre e artiglierie minori.
L’attività di questa unità, assieme a quella delle sue due sorelle, fu piuttosto intensa e di successo: bombardarono più volte la riva piemontese e contribuirono a sventare un attacco garibaldino al forte di Laveno.

I piemontesi, con una certa miopia di vedute, non avevano mai pensato a mettere in linea delle navi armate, e quando cominciarono a preparare a Genova tre piccole barche cannoniere a vela per portarle sul lago Maggiore al comando designato del sottotenente di vascello Alberto Racchia, l’iniziativa fu così tardiva, che non solo la guerra era già scoppiata, ma il fronte si era già spostato molto lontano dal vecchio confine, verso Mantova.
Inutile dire che non se ne fece nulla.
Infatti dopo la battaglia di Magenta i franco-piemontesi occuparono rapidamente Milano e, per l’Austria, la Lombardia era persa.
Vista la situazione il comando austriaco non volle rischiare che queste cannoniere cadessero in mano al nemico che ormai stava dilagando lungo tutta la riva del lago. Nella notte fra l’8 e il 9 giugno, scoppiò un violentissimo uragano estivo. Era l’occasione propizia: anche se la navigazione era pericolosa per le acque che erano agitate e la visibilità nulla, si era però al sicuro da possibili cannoneggiamenti da terra. Le tre cannoniere fecero rotta verso Magadino dove si consegnarono al generale svizzero Bontemps che le internò.
Detto per inciso la Svizzera, sempre timorosa che qualcuno attentasse alla sua neutralità, aveva blindato il confine facendovi affluire parecchie truppe del suo non disprezzabile esercito e dato che in quella nazione i generali vengono nominati solo in caso di guerra o altre emergenze, il fatto che ve ne fosse uno dimostra la serietà con la quale era stata presa la situazione italiana.
Dopo il conflitto l’Austria si oppose a che le unità fossero cedute alla marina piemontese e poi italiana alla quale, peraltro, sarebbero state inutili. Così, dopo un certo periodo di internamento, vennero acquistate dalla Svizzera che le smilitarizzò e le girò all’amministrazione delle Ferrovie piemontesi che allora gestiva anche la navigazione a vapore sul Lago Maggiore.
Così il Taxis fu ribattezzato Alpino e, privato della velatura ausiliaria, fu riconvertito di nuovo in nave passeggeri. D’altra parte questi lavori di trasformazione non erano difficili perché gli interni erano semplicissimi; le artiglierie erano posizionate sul ponte e gli equipaggi militari non vivevano normalmente a bordo e quindi sottocoperta vi erano solo due cameroni a poppa e a prora della macchina, giusto per ripararsi in caso di maltempo ed allo stesso modo l’allestimento standard previsto per i piroscafi passeggeri, stante la brevità dei viaggi, era uguale ed altrettanto semplice: un locale per la prima ed uno per la seconda classe, oltre a qualche panca sul ponte.
Gli anni passarono, e ne passarono veramente molti. Il Ticino venne rimodernato molte volte, fu installata la luce elettrica e dopo il 1920, stanti le sue ottime condizioni, fu giudicato meritevole di una ricostruzione: le ruote furono sostituite da un’elica e la macchina a vapore sostituita da un motore diesel.
A parte le linee dello scafo, col tempo nessuno avrebbe potuto riconoscere la cannoniera austriaca dopo quasi novant’anni(!) di servizio.
Venne poi la seconda guerra mondiale e l’Alpino continuò il suo servizio. Le sue piccole dimensioni l’avevano sempre fatto preferire alle navi più grandi per attraccare negli scali minori e in più, con la penuria di combustibile imposta dal conflitto, aveva anche il vantaggio di un consumo più ridotto.
Dopo l’8 settembre 1943 a Sesto Calende fu trasferita la Scuola della Decima Flottiglia Mas mentre una parte del cantiere di Arona a servizio dei piroscafi lacuali venne occupato per la manutenzione dei suoi mezzi nautici.
Sul lago si facevano gli esperimenti dei mezzi d’assalto e si addestrava il personale così che si sentì il bisogno di una nave per pattugliare lo specchio d’acqua antistante gli edifici militari, per i trasporti, per il recupero del materiale da esercitazione.
La scelta cadde sull’Alpino. E di nuovo arrivò la quarta trasformazione: rivestì di nuovo la divisa e ritornò una nave da guerra. Quindi, a voler essere pignoli, la Marina italiana non ha avuto quattro, ma cinque navi con il nome di Alpino.
Assieme all’Alpino era stata requisita anche la piccola motonave Legnano: una delle due navi usciva regolarmente da Arona, in totale oscuramento, e percorreva una rotta prefissata lungo la quale, nel buio della notte, doveva essere intercettata e attaccata dai piloti della Decima.

Nonostante molti battelli del lago fossero colpiti dai mitragliamenti aerei che causarono la distruzione del Milano e del Genova e danni ad altri tre, l’Alpino sopravvisse al conflitto senza danni, e ancora una volta si ripresentò all’appuntamento con il suo altalenante e bizzarro destino tornando per la terza volta a svolgere il servizio passeggeri negli anni della ricostruzione.
Erano però le ultime battute: nonostante lo scafo continuasse a manifestare un’insolita robustezza, il logorio delle macchine e delle attrezzature avrebbe richiesto un pesante ammodernamento, ma si decise di spendere meglio il denaro necessario investendolo in nuove e moderne motonavi, motoscafi e aliscafi che non su una nave che aveva ormai su di sé ormai troppi decenni di vita
Quando tornarono in servizio dopo le riparazioni gli altri piroscafi danneggiati dalla guerra ed erano di imminente consegna nuove unità, verso il 1950 l‘Alpino terminò il servizio regolare.
Dopo un breve periodo di riserva l’instancabile e gloriosa nave, reduce di tre guerre, di quattro bandiere e di centinaia di migliaia di miglia percorse sul lago, probabilmente l’unica fra tutte quelle italiane ad aver raggiunto la veneranda età di 104 anni, ammainò per l’ultima volta la sua bandiera: era il 1954.
Naturalmente siamo in Italia….nessuno pensò, di conservarla per farne un battello storico così che finì rapidamente demolita.


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4 risposte a La lunga vita e le curiose vicende del piroscafo Alpino

  1. Francesco Carriglio dice:

    Interessante articolo di storia, non ero a consoscenza di questa guerra navale lacustre di confine. Grazie all’autore Guglielmo Evangelista e a te Ezio per averlo pubblicato.

  2. Mario Veronesi dice:

    Ottimo articolo, grazie all’autore.

  3. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Ciao Francesco e ciao Mario carissimi è piaciuto anche a me che sono un Alpino di 4^ serie 🙂
    Da tempo mi sono imbarcato sulle vostre pagine ed allora il mio tempo scorre che è una meraviglia. Un abbraccio grande come il vostro inesauribile cuore di informazioni storiche.

  4. Franco Vetturini dice:

    condivido

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