Ripensando ad “Emma” – Ricordi di Emilio Ramognini

a cura di Renato Ruffino


Sono stato arruolato nel Corpo Degli Equipaggi della Marina Militare (anche se avevo a carico due fratelli minori e la mamma vedova) il 4 febbraio 1942 per la ferma di mesi 28 dal consiglio di leva di Savona come Marinaio e lasciato in congedo illimitato in attesa del’avviamento alle armi.
Lasciato il lavoro, giunsi alle armi il 10 novembre 1942 al deposito C.E.M.M. La Spezia dove sono stato inviato all’ospedale di Marina di Massa per accertamenti medici, rientrato a Maridepocar La Spezia il giorno 17 novembre 1942, sono stato classificato definitivamente Marò. Appositamente vestito e armato con un moschetto, feci molti turni di guardia, per questo mi diedero in dotazione anche un binocolo che portai sempre con me. Appassionato di musica comprai una chitarra, mancava un parte, ma suonava ugualmente; i marinai anziani me la sequestrarono, come pure un cavatappi e la coperta che poi rivendettero a 500 lire, essere reclute voleva dire anche questo. Ma passare per allocchi non andava bene. Insieme a tutte quelle reclute a cui era stato sottratto qualche oggetto, escogitammo un piano. Organizzammo una sortita per impadronirci delle cose sottratte ingiustamente; salimmo nelle camerate degli anziani e fu razzia di coperte, questa volta ci lasciarono in pace, forse intimiditi del nostro folto gruppo che era di gran lunga superiore al loro.
Giorni dopo mi mandarono a Migliarino alla 10° squadriglia MAS in attesa di imbarco, li trasferimmo tutti i nostri bagagli, bauli con effetti personali, biancheria e divise, in tutto questo via vai di gente, le donne locali che incontravamo ci dicevano: “poveri  ragazzi andate contro a morte certa”, subito non realizzai, ma quella frase si rivelò profetica, infatti dopo pochi giorni  in un tragico evento bellico, solo io mi salvai, fu un miracolo, senz’altro qualcuno avrà pregato per me in modo che io tornassi a casa.


Nel porto c’era l’incrociatore “’Attilio Regolo” la sua costruzione avvenne nel Cantiere navale OTO di Livorno dove il suo scafo impostato il 29.9.1939, fu varato il 28.8.1940. Era entrato in servizio il  14.5.1942, il successivo 7 novembre, al rientro da una missione di posa di mine, fu colpito da un siluro dal sommergibile inglese Unruffled che gli asportò completamente la prora. Dopo essere riuscito a raggiungere Messina  venne rimorchiato fino al La Spezia, dove gli venne applicata la prora del Caio Mario ancora in costruzione.

Il 9 dicembre imbarcai sulla motonave “Emma” che si trovava nei cantieri del Muggiano, una nave da trasporto armata con un cannone da 120mm, 7931 tonnellate di stazza, classe Liberty,  una nave lenta, un sicuro bersaglio per il nemico che ci attendeva al largo.
I soldati tedeschi installarono quattro mitragliatrici antiaereo a quattro canne su dei palchi in legno precedentemente costruiti da noi marinai, in seguito uno di questi legni mi fu provvidenziale nel momento in cui mi trovavo naufrago in mezzo alle onde.
Il Natale lo passammo in navigazione, la rotta era La Spezia-Napoli sottocosta, imbarco di armi e mezzi di trasporto a Napoli e partenza con destinazione Biserta (la rotta della morte) per effettuare il rifornimento ai nostri soldati in Africa.


Attraccati nel porto di Napoli, vedevamo il Castello Angioino bello e imponente, non molto distante la nave “Lombardia” fungeva da prigione, e se alzavi il naso si vedeva il sonnacchioso Vesuvio che a buon ragione temevo, infatti nel 1944 mentre mi trovavo al centro ortopedico di Bologna, il 18 marzo eruttò, provocando la morte di 26 persone nell’area interessata dalla caduta di ceneri a causa dei crolli dei tetti e delle abitazioni stesse, 2 centri abitati furono in parte distrutti dalle colate laviche, e si persero ben 3 anni di raccolti nelle aree interessate dalla caduta delle ceneri.
Le operazioni di carico armi, venivano effettuate di notte, le munizioni venivano stivate all’interno della nave in gran segreto, tant’è vero  che io non vidi mai nulla, I camion invece erano sistemati in coperta. Insieme al carico di munizioni e  ai mezzi di trasporto, partirono con noi una compagnia di soldati tedeschi che andavano in  Africa a rimpiazzare  morti e i feriti,  aggregati a loro una trentina di prigionieri Siberiani guardati a vista.
Essendo Marò adibito a servizi vari, a bordo ricoprivo le mansioni di cambusiere e quelle di cameriere, il mangiare era sempre abbondante, la pasta non mancava mai, e quando avanzava la portavo ai prigionieri Siberiani che mi ringraziavano sempre, mentre i tedeschi erano sempre scontrosi e maleducati.
La sera del 15 gennaio alle ore 17.00,  partimmo da  Napoli con 300 tonnellate di munizioni (una vera polveriera viaggiante), i soldati tedeschi,  alcuni soldati italiani; i membri dell’equipaggio non superavano  la quarantina (i comandanti erano due, uno militare e l’altro un civile militarizzato),  la torpediniera “Clio” ci faceva da scorta. Salii subito di guardia in plancia, ma non c’erano ordini, scesi nelle stanze dove alloggiavano i soldati tedeschi perché avevo notato una fisarmonica; preso dalla voglia di suonare qualche nota chiesi il permesso di usufruirne, ma il proprietario si arrabbiò, così me ne ritornai in plancia a scrutare il mare con il mio binocolo. A 10 miglia da Ischia, con mare grosso da maestro alle ore 20.00 il sommergibile Britannico “P228 Splendid” che era in agguato, lanciò un siluro che ci colpì nelle sala macchine immobilizzando la nave. La torpediniera “Clio” si affiancò per soccorrerci, ma la violenza delle onde la sbatterono contro la fiancata del nostro mercantile subendo gravissimi danni, tanto  da dover rientrare a Napoli senza poter trarre nessuno in salvo.
Quella notte ero agitato, dalle stive non usciva nessuno, si sentivano delle grida, forse c’erano le scale impraticabili, non lo so, ma sentivo che qualche cosa d’altro doveva ancora succedere. Fu una notte d’inferno e da incubo, la luna ogni tanto spariva lasciando il buio più nero del nero, quando riappariva le ombre riflettevano sul mare la tragedia che si stava consumando, eravamo in balia delle onde, il vento e le onde sferzavano il mio volto, solo all’alba arrivarono due rimorchiatori d’altura partiti dal porto di Napoli con lo scopo di rimorchiarci fino alla nostra base di partenza, le operazioni di aggancio erano difficoltose per le brutte condizioni del mare, quando a un tratto mi accorsi della scia di due siluri.
Erano le ore 8.00, senza pensarci due volte, mi lanciai in mare senza salvagente, dalla parte opposta la direzione dei siluri. Non so se ero già in acqua o ancora in volo, quando un boato spezzò l’aria, un siluro centrò la Santa Barbara e la nave saltò letteralmente in aria con un boato immenso, ancora oggi a distanza di quasi 70 anni lo sento presente nelle mie orecchie, nella caduta persi il binocolo da cui non mi separavo mai. Da un altezza approssimativa di 20 metri, mi lanciai a soldatino, ovvero con i piedi all’ingiù, e sprofondai nel mare,  nella caduta il piede sinistro colpì qualche detrito e mi ferii, poi  riemersi a galla, ero vivo, era avvenuto un miracolo. Vidi un cadavere galleggiare con il salvagente, mi avvicinai per prenderlo, ma mi accorsi che era decapitato, e senza un braccio, preso dallo sgomento mi allontanai, vidi i tronchi usati per fare la base delle mitragliatrici antiaerea, galleggiare intorno a me, anche se sapevo nuotare benissimo, mi aggrappai ad uno di essi e non lo mollai più.
Le onde alte sembrava giocassero all’altalena, in un primo momento sembrava che il mare ti inghiottisse, poi venivi rilanciato in alto tra la schiuma spumeggiante e subito dopo ti sentivi ancora inghiottire, la paura era tanta, l’acqua era fredda,  ma non la sentivi nemmeno, devo ricordare che eravamo nel mese di gennaio, inspiegabilmente non presi nemmeno il raffreddore. Un aereo italiano segnalava ai rimorchiatori dove si trovavano i naufraghi, rimasi in acqua forse un ora, o forse meno, non so…in quei momenti il tempo sembra non passare mai, ogni tanto riaffioravano i detriti della nave esplosa, copertoni, legni, casse ecc., poi finalmente mi issarono a bordo, mi adagiarono su una coperta e con una sciarpa mi fasciarono il piede per fermare momentaneamente il sangue che perdevo copiosamente, nel frattempo un cagnolino mi leccava le orecchie.
La mente tornò a quei bravi ragazzi scomparsi con la nave, erano tanto giovani e pieni di vita, ricordo un marò quasi senza denti e un testicolo, un giorno gli chiesi perché non avesse provato a far domanda di esonero, ma a quel tempo arruolavano tutti, c’era bisogno di personale, ricordo un altro marò di Milano con i baffetti, faceva il panettiere con suo padre, ricordo anche un maresciallo cannoniere veneto tanto bravo … adesso erano tutti morti.

Dei 350 uomini imbarcati che io sappia ci siamo salvati solo in quattro (i libri dicono sette, ma forse tre erano tedeschi ed erano stati ricoverati in un altro ospedale), io sono l’unico marinaio superstite, un sergente dell’esercito, un maresciallo dei carabinieri, e un autiere dell’esercito, era lo scarso elenco dei sopravvissuti.

Portato a Napoli all’ospedale di Piedigrotta della Marina Militare (Il complesso, noto come Basilica di Santa Maria di Piedigrotta, è un importante riferimento turistico e culturale per le opere d’arte del periodo Barocco in esso custoditi. Edificata nel Trecento e intitolata a Santa Maria dell’Idria, a cui il culto era votato; culto che si riallaccia a quello pagano della Dea Hodigidria (in greco colei che conduce), molto diffuso nelle colonie della Magna Grecia e quindi anche a Napoli, devozione che rivive ogni 8 settembre con la Festa di Piedigrotta, manifestazione anche di profondo significato folkloristico se la si collega a quella “Piedigrotta” che ha coinciso a lungo con il lancio delle più note e belle canzoni napoletane. Nella facciata si notano l’immagine della Madonna di Piedigrotta tra re Alfonso d’Aragona, Papa Niccolò V e Sant’Agostino. L’interno, molto ricco e decorato, custodisce la trecentesca statua della Madonna col Bambino, affreschi di Belisario Corenzio e una tavola cinquecentesca di stile fiammingo. Il chiostro è attualmente occupato dall’Ospedale della Marina Militare), dove arrivai la sera stessa, mi operarono al piede sinistro per esiti di ferita da scheggia, e lesione dei tendini, una suora infermiera prima di addormentarmi con l’etere mi disse”adesso vai in paradiso”. Mi sveglia con la gamba interamente ingessata fino alla coscia che tenni per quattro mesi, inutile dire che mi si atrofizzò. Mi salvarono il piede ma non l’articolazione. Siccome avevo perso tutti i miei beni nell’affondamento della nave, e al momento del ricovero indossavo solo degli abiti laceri e sporchi, il professore che mi operò mi regalò 50 lire e il capo sala 25, poca cosa, ma in quel momento erano tanti, la vita ricominciava.
Venne a trovarmi la fidanzata di un maresciallo segnalatore disperso in mare, mi disse che dalla partenza della nave aveva pregato finché la vide, inoltre, continuò, presto si sarebbero dovuti sposare; sapendo benissimo che i soli sopravvissuti eravamo in quattro, per sdrammatizzare, e uscire fuori da quella brutta situazione, dissi che forse era stato salvato da qualche altra nave.
Un giorno mentre camminavo con le stampelle incontrai una compagnia di soldati tedeschi, indossavo i tipici pantaloni alla marinara larghi in fondo a zampa di elefante e il piede era nascosto dentro, senz’ altro pensarono che fossi un amputato perché si misero tutti sull’attenti e mi salutarono con tutti gli onori. Ricordo che quando sabotarono ed esplose la motonave “Caterina Costa”  di 8.060 tonnellate, ormeggiata nel porto di Napoli, carica di rifornimenti  ed armamenti (1.000 tonnellate di benzina; 900 di esplosivi; carri armati  ed altro) da trasportare a Biserta in Africa.
Il 28.3.1943 vi scoppiò un incendio a bordo, forse doloso, divenuto incontrollabile, raggiunse la stiva e ne  provocò l’esplosione, la deflagrazione fu devastante: il molo sprofondò e tutt’intorno un gran numero di edifici venne distrutto o gravemente danneggiato.  Alcune navi vicine si incendiarono e affondarono mentre parti roventi di nave e di carri armati furono scagliate a grande distanza, finendo in via Atri e piazza Carlo III. Altri frammenti raggiunsero piazza Mercato e il Vomero ed altri ancora (comprese le ancore) incendiarono la stazione  ferroviaria Centrale,  un Ammiraglio lo trovarono sul tetto di un palazzo; gli oltre 600 morti e gli oltre 3.000 feriti riempirono letteralmente le strade, io ero seduto al tavolo con la suora e altri feriti, intenti nel recitare il Santo Rosario, lo spostamento d’aria ci fece cadere a terra,… i giornali tacquero! Per portare via i morti fu necessario usare i camion.

Nella camerata, eravamo in sette o forse otto, un marinaio tutto bruciato gridava mamma…mamma…mamma! Era imbarcato su di una motozattera con alcuni fusti di benzina vicino, un giorno durante un incursione aerea britannica, presero fuoco provocando morte e distruzione, lui rimase gravemente ustionato in tutte le parti del corpo e nella notte morì, lo portarono via dentro un lenzuolo bianco. Come cura dovevo assumere dei solfamidici, ma i farmaci mi bloccavano lo stomaco, erano micidiali, non potevo mangiare. C’era un infermiere, un  certo Fumagalli, un marinaio alto quasi due metri che aveva sempre  una gran fame, escogitai un compromesso:  non potendo mangiare, inevitabilmente, mi avanzava sempre del cibo, così  proposi lo scambio del mio cibo, con la distruzione di una parte dei farmaci che dovevo ingerire gettandoli nel bagno, diventammo amici e mi accompagnò al centro ortopedico Putti di Bologna il 4  aprile 1943, (centro ortopedico specializzato per la cura e la riabilitazione dei traumatizzati per cause belliche nei locali del seminario arcivescovile di Villa Revedin a San Michele in Bosco. Dipendente dall’Ospedale militare dell’Abbadia, il Centro Mutilati Putti ospita anche un grande orto di guerra, una stalla con mucche e maiali, un forno e una distilleria. Nel luglio 1944 passa sotto la supervisione della Sanità militare tedesca. Il 29 novembre il Centro è accerchiato dalle SS e dalle Brigate nere, alla ricerca di partigiani. Il direttore prof. Oscar Scaglietti è arrestato e interrogato nella sede della Gestapo in via Santa Chiara). Con grande sorpresa, quando arrivai, per prima cosa mi tagliarono le crucce (le stampelle), e le gettarono via, non capii e chiesi il perché. Per risposta mi dissero che se avessi continuato a camminare con le crucce, presto avrei avuto la gobba e la schiena si sarebbe andata a far benedire, in cambio mi diedero due bastoni fatti a T fasciati nella parte superiore con delle bende, che funzionavano da ammortizzatore, in tal modo avrei anche rinforzato le braccia, se proprio non avessi avuto modo di camminare con i bastoni, avrei potuto usufruire della carrozzella.
Debbo dire ad ogni modo che fui trattato benissimo, e  non mi posso lamentare. I medici hanno sempre operato con professionalità maestra, ricordo che un marinaio che aveva le mani bruciate gliele impiantarono nel ventre e quando la carne ricrebbe le separarono nuovamente con un ottimo risultato, ad un altro ricostruirono la vescica, ad un altro ricostruirono il naso, asportato da un colpo di fucile, ad un altro ancora ricostruirono il calcagno salvandogli la gamba, tutte queste operazioni oltre ad avere lo scopo di rendere la vita di questi poveri sventurati il più normale possibile, avevano anche lo scopo di erogare il meno possibile pensioni di invalidità. Rioperato al piede sinistro che non si era saldato bene, incominciai a soffrire di osteomielite, un male tremendo che non mi lasciava quiete, un giorno la suora vedendomi così addolorato, mi diede una pastiglia bianca che estrasse da un botticino che teneva sempre al collo,  non seppi mai cosa fosse, ma in compenso dormii più di 24 ore e ne trassi un grande beneficio, mi ripresi presto.

La guerra è una cosa orribile, ho visto le atrocità più terribili, c’era un ragazzo che avrà avuto 22 anni, aveva perso entrambe le gambe, le braccia, un occhio e un orecchio, a vederlo era un vero strazio, un altro ufficiale era privo delle mani e degli occhi, a chi era stata amputata solo una gamba era da ritenersi fortunato. Un ufficiale medico, un giorno mi disse se potevo aiutarlo, dovevo tenere fermo un marinaio con una gamba amputata e  il moncone  era pieno di pus, aveva l’infezione e la febbre alta, con il bisturi incise, e il sangue schizzò ovunque, andai a lavarmi nella vasca da bagno, ma mi accorsi che dentro c’era una ragazza morta. Nel bombardamento precedente, i morti li avevano portati anche all’ospedale  perché non sapevano più dove metterli. Ai momenti in cui tutto era tragico, si alternavano i momenti allegorici, a vent’anni  la goliardia è cosa normale, una sera decideremmo di fare un gavettone a Calderoli, un ragazzo ferito ad un braccio, ma che usciva tutte le sere, inaspettatamente entrò il Prete e l’acqua piazzata sulla porta si rovesciò sul capo del malcapitato, scappò un imprecazione per il bagno imprevisto ma si dimostrò compiaciuto nel saperci in allegria, ci scusammo per l’accaduto e spiegammo che lo scherzo non era indirizzato a lui ma bensì al nostro amico Calderoli. Tanto per far capire come lo spirito dei vent’anni era così bello e pieno di vita, ricordo che due marinai a cui mancava un braccio ciascuno ad uno il sinistro e l’altro il destro, legati vicino, suonavano la fisarmonica, uno i bassi e l’altro alle voci, era tutto uno spettacolo, un terzo marinaio senza una gamba suonava il mandolino, a vederla era un orchestra un po’ anomala ma la musica era ottima, il Professor Scaglietti era contentissimo perché vedeva il nostro il morale rimanere alto.
Un giorno venne mia madre a trovarmi, ero impossibilitato ad uscire in quanto il  piede mi faceva sempre male, c’era un marinaio senza le due gambe seduto sulla carrozzella, lo prese gentilmente e lo sedette sulla finestra, sbalordito chiesi cosa stesse facendo, se forse non avesse visto che lui era senza le gambe, e che la carrozzella serviva esclusivamente a lui e non a me, ma irremovibile disse che avremmo fatto solo un breve giretto in giardino e poi l’avrebbe restituita, e così fu.
L’otto settembre 1943 ero a casa in convalescenza, avevo una licenza tedesca per cui non ebbi problemi nel mio continuo peregrinare nell’andare avanti e indietro da Bologna a Camerana luogo di mia residenza. A Bologna c’era una contessa che aveva delle piantagioni di frutta, e quando era stagione di raccolta provvedeva per tutto il centro, una volta mi regalò persino un bel bastone da passeggio. Essendo la guerra ancora in atto, non poterono congedarmi anticipatamente per inabilità, dovevo concludere la ferma di mesi 28, così mi inviarono all’ospedale Regina Margherita di Castelfranco Emilia, in attesa dello scadere dei termini. Un giorno venne a farci visita la Principessa del Piemonte Maria Josè, colti di sorpresa, per far prima ci mettemmo a letto  con le scarpe, poi arrivò accompagnata da  Ammiragli, Generali, Ufficiali e da tutto il seguito, attenta e scrupolosa annotava tutto, si dimostrò molto generosa, per esempio ad un marinaio senza una gamba diede 1.000 lire, poi venendo da me e saputo che ero capo famiglia con due fratelli minori a carico, la mamma vedova e in più il piede malridotto, mi diete 500 lire e la foto dei suoi figli che conservo tuttora, era veramente una principessa e soprattutto non voleva la guerra.
Il 16 febbraio 1945, a Torino fui sottoposto a visita collegiale e proposto per la settima categoria di pensione quale invalido di guerra. Un Guardia Marina saputo che mi ero salvato dall’esplosione di nave “Emma” mi disse di fare un quadro alla madonna (ex voto) per la grazia ricevuta.
Fui congedato definitivamente Il 5 dicembre 1945.
Di quelli che si salvarono con me quella tragica notte non ricordo più il nome, ma nemmeno ho saputo più nulla.    

P.s. Mi chiamavo Emilio Ramognini ero nato il 17 marzo 1923 a  Sassello (SV) e sono deceduto  a Cengio (SV) il 15.8.2014.

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3 risposte a Ripensando ad “Emma” – Ricordi di Emilio Ramognini

  1. Francesco Ortega dice:

    r..i..p..

  2. Maurizio De Fazio dice:

    Storie veramente indelebili

  3. Marinaio di Lago dice:

    Riposa in pace

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