10.4.1915, affonda il Leon Gambetta

di Pier Francesco Liguori

AVVERTENZA: Le notizie sono in parte estratte da un articolo di Pier Francesco Liguori edito per il centenario dell’affondamento il 10 aprile 2015 da CULTURA SALENTINA Rivista (on line) di pensiero e cultura meridionale.

Chi non ha visto il film “Tutti insieme appassionatamente” con Julie Andrews che nel 1966 commosse il mondo e che ebbe 10 nominations all’Oscar (ne vinse poi ben 5) e non ne ricorda la trama? È ambientato a Salisburgo (Austria) nel 1938 e narra le vicissitudini della famiglia di un Comandante sommergibilista austriaco, eroe della 1^ guerra mondiale, che in previsione dell’Anschluss i nazisti intendono precettare per la loro Marina. Vi starete chiedendo: cosa c’entra tutto questo con il Leon Gambetta? Ebbene quel Comandante della Marina Imperiale Austriaca vedovo e padre di ben 7 figli è Georg Ritter von proprio il Comandante dell’U-Boot 5 autore dell’affondamento del Leon Gambetta. Malgrado la sua tragicità l’evento rimane pressoché sconosciuto a causa di altri accadimenti ben più tragici che catturano l’attenzione dell’opinione pubblica come l’affondamento del Lusitania (7 maggio 1915) con le sue 1.400 vittime e la sanguinosa sconfitta militare inglese dei Dardanelli. L’intera storia merita di essere raccontata anche perché ancora una volta rimase sconosciuto ai molti il coraggio, l’altruismo e l’accoglienza delle popolazioni Salentine (quelle stesse che tra qualche mese saranno coinvolte anche nell’esodo dell’esercito Serbo).

La storia
Siamo nella primavera del 1915, l’Italia con l’annuncio della sua neutralità ha già rinunciato a rinnovare il patto della Triplice Alleanza, anzi ad aprile ha, segretamente, sottoscrive un patto con l’Intesa che la vincola ad entrare in guerra entro un mese. In previsione di questo evento la Francia invia una squadra navale composta da quattro incrociatori corazzati (tra cui il Leon Gambetta) per chiudere l’Adriatico ed interdire alla Marina Imperiale Austriaca ogni tentativo di uscita dall’antico Golfo di Venezia. La linea di pattugliamento si sviluppa sulla congiungente Santa Maria di Leuca- Othoni (meridiano 18°22’N).
Dal canto suo anche la Marina Imperiale vuole assumere il controllo del Basso Adriatico e operativamente lo fa in forma occulta facendo operare in zona degli U Boote con il compito di attaccare e segnalare le unità nemiche in entrata nell’Adriatico. Tecnologicamente i sommergibili hanno un enorme vantaggio rispetto alle navi di superficie che non dispongono di apparati idonei alla scoperta dei battelli quando in immersione.
È in questo quadro generale che avviene l’incontro/scontro tra il Leon Gambetta e l’U-Boot 5.
È la notte tra il 26 ed il 27 aprile l’incrociatore, comandato dal Capitano di Vascello Georges Henri André e avendo a bordo il Contrammiraglio Victor Baptistin Sénès, Comandante la piccola squadra navale, è in pattugliamento. A mezzanotte (circa) il piccolo sommergibile austriaco (16 uomini di equipaggio più il Comandante), uscito da Cattaro in Montenegro due giorni prima, emerge per ricaricare le batterie. Favorito dal chiarore lunare (la luna è già transitata allo zenith e mancano appena tre giorni al plenilunio) il sommergibile vede all’orizzonte la sagoma imponente della nave nemica. Rapidamente il Comandante von Trapp decide di attaccare; si immerge e quando a quota periscopio (8 mt sotto il pelo dell’acqua) riavvista il Gambetta lancia una coppiola di siluri in rapida successione. Il primo siluro perfora la corazza, penetra nello scafo colpendo la sala macchine e la centrale elettrica mentre il secondo esplose subito dietro il ponte principale. La “Léon Gambetta” si inclina immediatamente di 15 gradi sul lato di sinistra. La nave è ferma e inclinata e al buio si trova, quindi, nell’impossibilità di lanciare l’SOS come anche di mettere a mare le scialuppe di salvataggio. L’incendio divampa per tutto lo scafo i superstiti parlano di scene da inferno dantesco; altri asseriscono di aver visto tra i bagliori delle fiamme il piccolo U 5 a qualche centinaio di metri con in torretta il Comandante che osserva impassibile l’agonia dell’incrociatore (a fine guerra Von Trapp dichiarerà, invece, di essersi rapidamente allontanato, in immersione, dalla zona quando si era reso conto che la nave affondava).
Una sola scialuppa rimase a galla e su questa imbarcarono un centinaio di naufraghi che diressero verso la costa salentina; alle 08.30 quando in vista della costa venne presa a rimorchio da alcune imbarcazioni di pescatori e trainata fino all’approdo di S.M. di Leuca. La notizia dell’affondamento fu immediatamente trasmessa dal Capo posto della postazione semaforica di Leuca, C° Sandri, al Comando Marina di Brindisi ed all’Ammiragliato di Taranto. Da Brindisi il comandante della Base fece uscire in soccorso due torpediniere, la PN 33 (*) comandata dal Gualtieri Gorleri e la PN 36(*) comandata da Enrico Viale, queste a 24 nodi diressero sul punto del siluramento dove giunsero alle 13,20. Alla fine la 33 salvò 26 naufraghi e 12 la 36. Da Taranto l’Amm. Cerri fece uscire la 2a Squadra di cacciatorpediniere (Impavido, Indomito, Intrepido, Irrequieto, Impetuoso ed Insidoso) al comando del C.V. Orsini (su Nave Impavido) per raggiungere il luogo del disastro con viveri, coperte e medicinali.
La sera del 27 aprile, quando le operazioni di salvataggio furono ultimate si contarono 58 corpi senza vita recuperati, 137 sopravvissuti dei quali 108 imbarcati sulla scialuppa di salvataggio, 27 salvati dalle PN (secondo alcune fonti 26) e 2 dal CT Indomito. I dispersi furono considerati 533, ma il giorno dopo salirono a 684 tra cui il Comandante André, il Contrammiraglio Sénès e molti ufficiali che non avevano abbandonato la nave.
L’incertezza nella conta dei sopravvissuti che assegna 26 salvataggi al posto di 27 alle due torpediniere, dà ampio credito ai racconti dei pescatori anziani del mio paese secondo cui la scialuppa di salvataggio venne rimorchiata in porto dalle imbarcazioni più piccole mentre le quattro più grandi (a 8/10 vogatori) che la notte erano state impegnate nella pesca alle sardine con la rete grande (in salentino chiamata “la chiance” , in italiano rete a cianciolo da circuizione) diressero a remi verso il largo nella direzione del punto d’affondamento della Leon Gambetta alla ricerca di altri naufraghi (ovviamente non sapevano che stavano arrivando in zona anche le navi militari). Raccontavano d’aver salvato qualche marinaio oltre ad aver recuperato dei corpi senza vita(**).
I 26 o 27 recuperati dalle torpediniere furono sbarcati a Brindisi accolti dalla popolazione con vini pregiati, sigari, sigarette, frutta e una cesta di fiori composta con i colori francesi e italiani.
Il Console Francese raccontava che quando giunse a Leuca le 58 vittime recuperate erano state tutte identificate e composte nel cimitero di Castrignano del capo e che le Autorità locali già pensavano di dedicare loro un monumento commemorativo.
I sopravvissuti furono trasferiti a Siracusa e “internati” (l’Italia era ancora formalmente neutrale ed a Siracusa era presente una forte colonia di tedeschi fortemente gallofobi al punto che si era anche pensato in una parte attiva alla vicenda essendo stato notato qualche giorno prima un sommergibile in acque siciliane.
Qualche settimana dopo l’Italia entrò in guerra sicchè i naufraghi del Leon Gambetta il 30 maggio furono portati a Malta da dove vennero rimpatriati.

Incrociatore corazzato “Leon GAMBETTA” (dall’articolo di Francesco Liguori)
Varato il 26 ottobre 1902 nell’Arsenale di Brest, entrò in servizio nel luglio 1905. La nave dislocava 11.959 t., era lunga 146,5 m. e larga 21,4 m. con un pescaggio di 8,41 m. La propulsione era affidata a 3 motori a vapore per un totale di 28.500 hp. che le consentivano una velocità massima di 22,5 nodi e un’autonomia di 6.600 miglia nautiche a 10 nodi. L’armamento era costituito da 4 cannoni da 194/40 mm (su due torri binate), 16 cannoni da 165/45 mm (su quattro torri singole e sei binate), 24 cannoni da 47/40 mm (in impianti singoli), 2 cannoni da 37/20 mm (in impianti singoli), 2 tubi lanciasiluri da 450 mm (sommersi). La corazzatura variava dai 200 mm. della torre principale e del torrione di comando, ai 150 mm. Della cintura e ai 35 mm. del ponte.

Il comandante Georg Ludwig von Trapp
Georg Ludwig von Trapp nacque a Zara in Dalmazia, allora parte dell’Impero austro-
ungarico, il 4 aprile 1880. Figlio di August, ufficiale della marina austriaca, Georg seguì
le orme del padre ed entrò nell’accademia navale di Fiume, da dove uscì col grado di
Cadetto di II classe. Dopo numerosi imbarchi, von Trapp entrò nella U-Boot Waffe
dell’Imperial-Regia Marina col grado di Tenente di vascello. Il 22 aprile 1915 egli prese
il comando dell’U-5, con cui, cinque giorni dopo, affondò la “Léon Gambetta”. Ad agosto
fu la volta del sottomarino italiano “Nereide”, nei pressi dell’isola di Pelagosa. Alla fine
del conflitto, von Trapp aveva sostenuto ben 19 scontri navali, aveva affondato 2 navi da
guerra e 11 navi mercantili . Nel maggio del 1918, col grado di Capitano di corvetta, gli
venne affidato il comando della base dei sottomarini alle Bocche di Cattaro. Finita la
guerra, poiché nato a Zara, gli venne automaticamente concessa la nazionalità italiana. Si
trasferì quindi a Salisburgo e, alla vigilia dell’annessione dell’Austria al III Reich, con la sua numerosa famiglia passò in Italia (non in Svizzera come si è raccontato) e dall’Italia emigrò negli Stati Uniti. Morì a Stowe (USA) il 30 maggio.

La stessa azione vista da parte austriaca
(Tratta dal sito dell’Associazione legittimista Trono e Altare)

La nave comparve al punto ed al momento previsto, 15 miglia al largo di Santa Maria di Leuca. Affondò in pochi minuti e quasi 700 uomini d’equipaggio non si salvarono.
L’azione non fece riflettere i francesi che non si fanno guerre in casa d’altri; a questo iniziarono a pensare solo dopo Dien Bien Phu. Tuttavia questo affondamento, unito al siluramento della corazzata Jean d’Arc, li fece sospendere le crociere nel medio ed alto adriatico, gli fece anche abbassare le line di pattugliamento.
L’ultima azione che tentarono, fu di invadere il porto di Pola con un loro sommergibile, che tuttavia fu catturato, affondato, ripescato e messo agli ordini proprio di von Trapp con il nome di U 14.
Era una carretta indegna, i tedeschi si stupirono di come riuscisse a navigare e l’ammiraglio Haus aveva detto durante i lavori di riattamento, che quello era il suo Schmerzenkind (la pecora nera di casa).
Tuttavia era grande, veloce, poteva sostenere lunghe crociere, sostenere un cannone quasi come quello dei tedeschi e portava parecchi siluri: fu il nostro sommergibile che affondò più navi.
Noi iniziammo la guerra con 4 sommergibili funzionanti, piccole e vecchie carrette dei mari che asfissiavano ed avvelenavano i nostri equipaggi. Erano lenti e portavano solo due siluri; niente cannoni per un lungo periodo, i più vecchi avevano cannoncini da 3,7 cm le quali patrone rimbalzavano sulle lamiere dei vapori nemici.
Gli altri portarono in Adriatico quasi un centinaio di sommergili; l’Italia iniziò con oltre 40 di cui oltre metà in adriatico e terminò il conflitto con quasi 90. La Francia impegnò in Adriatico una ventina di grandi sommergibili, la Gran Bretagna una decina che stazionarono a Venezia.
I soccorsi tedeschi iniziarono ad arrivare nel maggio del 1915, dopo 10 mesi di guerra contro due potenze marittime, ma furono poco impiegati in Adriatico a parte le missioni di addestramento e la posa di mine da parte di un paio dei loro più piccoli UC.
I tedeschi invece, usavano l’Adriatico per uscire in mediterraneo, dove affondarono un numero incredibile di vecchie corazzate anglo francesi della flotta da sbarco nei Dardanelli, oltre ad affondare oltre 5 milioni di tonnellate di naviglio commerciale praticamente da soli e mettere in seria crisi di rifornimenti, la GB.
Oltre a questo, i tedeschi ci fornirono di alcuni sommergibili piccoli ma più affidabili, in cambio di alcuni nostri che avevano sequestrato nei cantieri germanici. E la nostra piccola flotta di sommergibili scalcinati, che non riuscì mai a tenerne in mare una decina contemporaneamente, vinse alla grande il confronto scacciando i francesi, tenendo alla larga i britannici e scacciando pure gli italiani, che dopo la perdita di due incrociatori corazzati e di una corazzata ad opera dei sommergibili, rinunciarono ad aggredire le nostre coste e tennero le grandi navi in porto.

Davide contro Golia… i nostri ufficiali ed i nostri equipaggi avevano una selezione ed un addestramento fenomenali, che li fecero ammirare addirittura dai britannici, da sempre incontrastati signori del mare.
(*) Entrambe costruite a Napoli presso i Cantieri Navali Pattison.
(**) Per uno strano scherzo del destino uno di questi pescatori partecipò anche al recupero del Cte e dei 17 superstiti del Smg. Pietro Micca attaccato ed affondato il 29 luglio 1943 dal smg. inglese Trooper a 3 miglia da Santa Maria di Leuca.

dello stesso argomento sul blog:
http://www.lavocedelmarinaio.com/2015/04/26-4-2015-a-castrignano-del-capo-celebrazioni-centenario-affondamento-incrociatore-leon-gambetta/

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4 risposte a 10.4.1915, affonda il Leon Gambetta

  1. Claudio53 dice:

    Pur condividendo che “la fine di ogni guerra comporta soprusi orrendi contro gli sconfitti”, e pur convinto che nel Tirolo del sud gli “irredenti” non erano molti. Dopo 100 anni dalla fine di quella tragica guerra mondiale, e nonostante la riduzione di tasse che da decenni viene applicata in quelle terre, c’è ancora chi soffia sul fuoco dell’odio. Una cosa è riportare la ricostruzione ufficiale Austriaca un’altra cosa è scrivere le ricostruzioni di parte dell’Associazione legittimista Trono e Altare che tra i suoi vari slogan ha anche i seguenti:
    – La Repubblica Italiana, come l’Unità d’Italia è la negazione di Dio;
    – Contro il Tricolore, contro l’Unità d’Italia;
    – Zona degaribaldizzata.

  2. Egidio Alberti dice:

    Che triste storia di guerra. ONORI AI CIRCA 700 MILITARI CHE PERSERO LA VITA NELL’ AFFONDAMENTO DELLA NAVE.. RR.II.PP.

  3. Francesco Ortega dice:

    Onori riposino in pace

  4. Fabio De Chiara dice:

    R.I.P.

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