Sipo

di Giovanni Caruso
Opera inedita. Tutti i diritti riservati all’autore
Dicembre ’15 giovyca@gmail.com

A tutti coloro che ne hanno bisogno.

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giovani caruso per www.lavocedelmarinaio.com“Fiocca la neve, scalda il sole, se fuori è bello oppure piove, nulla importa a noi guerrieri che della vita ne andiamo fieri”.
Questa è la filastrocca che Maria aveva imparato a soli undici anni, quando la mamma gli aveva detto che non poteva andare là fuori a giocare con gli atri bambini, perché loro non capivano e avrebbero fatto tante domande sulla sua bella testolina rasata.
La mamma -diceva- gli avrebbe dato tutto quello di cui lei aveva bisogno, come ad esempio le numerose cioccolate calde d’inverno, o i gelati d’estate, e le bambole, ma soprattutto tante favole misteriose raccontate ogni sera tra una carezza ed un’altra.
A volte Maria non capiva la tristezza nei suoi occhi, ma amava il modo in cui gli dava tante attenzioni e di come la coccolava a letto prima di dormire, e il giorno durante i compiti.
Tutto sembrava sicuro e bello, racchiusi in quella casa abbastanza grande da far correre la piccola briciola -il cagnolino bianco e paffuto- su e giù per le scale che portavano al secondo piano della casa, dove Maria aveva ben due camere tutte per se.
In una solitamente vi sistemava tutti i giocattoli e peluche, nell’altra -che affacciava sul cortile dove gli altri bambini scorazzavano- Maria vi dormiva, o vi passava ore ed ore alla finestra, immaginando il giorno in cui avrebbe potuto scorazzare sopra quelle mattonelle grigie e logore, che per la piccola rappresentavano una vita diversa, forse migliore.
Le giornate scorrevano veloci per Maria, anche quando era costretta a recarsi in ospedale, quando per ore ed ore doveva attendere il suo turno in chemioterapia, e doveva rimanere immobile, senza fiatare.
Ma una volta a casa, la vita scorreva in fretta, come i passi di quei bambini -che in quella sera apparentemente come le altre- la piccola Maria si apprestava ad ammirare, un po’ gelosa e malinconica, finché tutto improvvisamente cambiò.
Quella sera, dopo aver salutato la mamma e dopo aver guardato i bambini rientrare a casa- sgridati dalle loro mamme per il ritardo- Maria stava per distendersi sotto le coperte quando improvvisamente apparve un piccolo uomo ai piedi del letto. Era seduto sulla seggiola che la bambina utilizzava per giocare con le sue bambole nella casa di legno che la sua mamma gli aveva costruito.
Un omino basso e buffo, dall’aspetto irriverente e una giacca verde, pantaloni corti e scarpe buffe con una punta lunghissima.
Aveva l’aria indifferente e ammirava con stupore tutte le meraviglie che la mamma della piccola Maria aveva sparso in ogni angolo della camera, come a voler soffocare anche l’ultimo pezzetto di muro ancora visibile.
Maria non seppe trattenere lo stupore e singhiozzò dallo spavento, ma lo stesso singhiozzo fece balzare giù l’omino dalla sedia gettandolo a terra. A quel punto Maria scoppiò involontariamente in una risata a pieni polmoni che calmò la paura.
Quando l’omino, un po’ impacciato si alzò in piedi, la piccola tornò ad avere paura, ma la curiosità che caratterizzava la sua giovane età lasciò il tempo all’omino di proferire parola.
“So che ti stai chiedendo chi sono e che ci faccio qui cara bambina” disse sistemandosi ancora i calzoni dopo la fragorosa caduta.
“Ma non ho il tempo di dirti tutto adesso, dobbiamo immediatamente andare.”
A quelle parole Maria non seppe trattenere lo stupore. Per molti dei suoi anni, quella parola “andare” voleva significare una cosa certa: raggiungere l’ospedale.
Invece quella sera uno sconosciuto gli proponeva di andare in un posto sconosciuto, per un motivo sconosciuto senza che nessuno possa contraddire la sua volontà.
Non riuscì, infatti, a replicare ad una tale, sconvolgente affermazione, tanto che l’unico gesto che riuscì a compiere, fu quello di allungare la mano verso l’omino per farsi portare dove egli avrebbe voluto, purché fuori da quella casa, e non importava molto se per farlo dovette saltare fuori dalla finestra.
Attraversarono qualche isolato mano nella mano in silenzio e Maria si stupiva di tutto ciò che non aveva potuto vedere passando di corsa in macchina, come i giardini ben curati dei vicini, le bici fiammanti dei loro figli e i lampioni belli e decorati che illuminavano il viale di sera.
“So che avrai tre domande da farmi cara Maria, e questa notte sono disposto a darti le tre risposte, a patto che tu faccia esattamente quello che ti dico” esordì l’omino buffo e magico.
“A proposito non ti ho detto che mi chiamo Sipo e vengo dall’Africa” disse sorridendo alla reazione della piccola Maria.
“Dall’africa?” rispose la piccola sorpresa, “ma tu sei bianco come il latte” affermò con determinazione, mentre il sorriso di Sipo diveniva una grossa risata.
Quando giunsero davanti ad una casa abbandonata e dal giardino dissestato, Sipo fece cenno a Maria di seguirla oltre il cancello socchiuso che stava aprendo.
Si soffermarono su una parte di giardino incolto e un po’ scavato qua e là, come fosse stato appena arato, e quando Sipo fece cenno verso un punto preciso, Maria capì che l’attenzione era diretta verso un formicaio pieno zeppo di formiche.
“Guarda questo formicaio” esordì Sipo indicando la terra.
“Qui vive una colonia di formiche, ed ognuna di esse ha un compito ben preciso. Adesso guarda quella formica più in là che trasporta una grande foglia”.
Solo allora Maria si accorse di quella formica che in apparenza sofferente, portava una foglia grande almeno otto volte il suo peso.
“Adesso chiudi gli occhi” disse l’omino porgendo la sua mano sulle palpebre della piccola.
Quando Maria aprì nuovamente gli occhi rimase di stucco.
Tutto improvvisamente si era ingrandito. Le foglie secche divennero alte quanto una casa, le buche del formicaio grandi come la bocca di un vulcano e quella formica aveva la sua stessa statura!
“Dai diamo una spinta alla nostra amica” disse Sipo spingendo il posteriore della povera e affaticata creatura.
Maria non se lo fece dire due volte e a sua volta spingeva il posteriore di Sipo, finché giunsero all’interno del formicaio.
Tutto appariva come un immenso cantiere fatto di impalcature di terra e foglie, e al centro vi era un grande spiazzale dove una bellissima formica veniva servita e riverita.
“Quella è la regina” esordì Sipo dopo aver lasciato il tempo a Maria di riprendersi dallo stupore.
“Vedi com’è tutto perfetto qui sotto? Ci sono le formiche operaie, le addette alla raccolta, quelle che si occupano delle larve, e le formiche soldato che difendono tutto questo.
Tutti si danno da fare, e lo fanno perché è la loro natura!”.
“Ma perché la regina non fa nulla?” chiese incuriosita la piccola Maria.
“Perché ha già fatto il suo dovere” rispose Sipo.
“Vedi cara Maria, la regina ha creato questo formicaio e ha seminato la vita attraverso le larve. Adesso che ha fatto il necessario le spetta un altro compito, quello di essere”.
L’omino notò l’incertezza sul volto della piccola quando parlava di “essere”, così ci tenne a precisare.
“Ognuno di noi ha due grandi compiti in questo mondo: Bisogna fare qualcosa per gli altri e bisogna essere qualcosa per gli altri”.
“La mia mamma dice che sono la sua benedizione” esordì la piccola facendo intendere che non ne capiva bene il senso”.
“Infatti, senza di te, la tua mamma non avrebbe fatto tante cose e non avrebbe capito tante cose. Non sarebbe mai diventata una maestra di cioccolate calde!” disse Sipo con una grossa risata.
Maria cominciava a capire e non perse occasione per ragionare sulla formica regina.
“Allora adesso la regina è lì perché tutti la possano ammirare, per sapere che c’è qualcuno che ha creato tutto questo, e la possano ringraziare per quello che ha fatto?”
“Esattamente” esclamò Sipo soddisfatto del veloce apprendimento di Maria.
Tornarono in silenzio fuori dal formicaio e dopo aver chiuso gli occhi, Maria li riaprì che era tornata grande come prima.
Rimase sbalordita quando Sipo gli raccontò che le formiche sopportano dei pesi molto più grandi di loro stesse, e che quella formica aveva percorso tanta strada da sola, con fatica e sudore, ma per il bene della colonia e della regina, che l’aveva scelta per quel difficile compito, proprio perché quella formica, all’apparenza come le atre, in realtà aveva una grande forza d’animo.
“Adesso puoi farmi la prima domanda” disse Sipo alla piccola ancora meravigliata dall’incredibile scoperta.
“Perché ho il cancro?” rispose secca, come avesse in serbo quella domanda da troppo tempo e nessuno, neanche la sua mamma gli aveva dato modo di fare.
“Perché tu sei quella formica operaia, dovrai portare a casa un peso più grande di te, ma ne avrai tutta la forza di cui hai bisogno, perché la Regina ti ha scelto per questo compito difficile. Tu sei una guerriera giusto?”
..nulla importa a noi guerrieri che della vita ne andiamo fieri balzò in mente alla piccola Maria, che persa nei suoi ragionamenti si accorse ammala pena che Sipo era quasi fuori dal giardino.
“Dove mi porti adesso” chiese quando lo raggiunse lungo la strada del suo quartiere.
“Cara piccola non puoi fare altre domande all’infuori delle altre due che ti sono rimaste a disposizione. Tanti uomini in questo mondo vivono nell’errore di fare tante e tante e tante domande frivole, fino al punto in cui non rimane più tempo per fare quell’unica domanda che avrebbe potuto salvargli la vita” rispose Sipo temporeggiando fino all’arrivo in un campo di fiori.
Giunti al centro del campo, dove tutto intorno vi erano margherite bianche, l’omino si chinò e raccolse un seme.
“Questo seme diventerà una bellissima margherita, ma solo se riuscirà ad andare sotto terra. E’ lì, infatti, che risiede il segreto della vita.”.
“Ma noi non possiamo vivere sotto terra” esclamò Maria ancora stupita da certe affermazioni.
“Anche un seme non può vivere sottoterra ma può rinascere” rispose Sipo quasi indifferente, mentre si apprestava a sotterrare il seme.
Maria non aveva capito cosa Sipo aveva voluto dire. Si certo, sapeva che da un seme nasce un fiore, ma nessuno gli aveva mai raccontato nulla del seme. Questo la fece riflettere su quante cose, magari importanti, si tralasciano nei racconti. Aveva voglia di tornare a casa per chiedere alla mamma cosa di un seme non le avesse mai raccontato, ma ancora una volta venne richiamata dal piccolo omino che nel frattempo aveva raggiunto nuovamente la strada.
“Vieni torniamo a casa” disse Sipo poggiandogli una mano sulla spalla.
“Ma non ti ho ancora fatto le altre due domande” disse d’impulso la piccola Maria, che quasi stentava a credere che fosse davvero in giro per il quartiere.
Chissà quando avrebbe avuto un’altra occasione del genere, e se tutto quello fosse stato un sogno, chissà quando si sarebbe risvegliata.
“Non preoccuparti piccola, prima di giungere a casa me le farai” disse l’omino che adesso aveva l’aria un po’ malinconica.
Forse anche lui stava vivendo il suo sogno, o forse anche la sua libertà sarebbe durata quel tempo necessario per riaccompagnare la piccola a casa.
Quando giunsero davanti al viottolo che portava alla porta d’ingresso della casa di Maria, sembrava che quella magnifica e insolita serata fosse giunta al termine, allorché un piccolo cane bianco e paffuto sbucò dal retro della casa, proprio dove Maria e il suo buffo amico avevano lasciato la finestra aperta.
“E’ briciola, dobbiamo riprenderla!” urlo la piccola correndo verso la strada che il cagnolino aveva intrapreso nella fuga.
L’affanno si fece sempre più forte, solo allora Maria capì che non si poteva trattare di un sogno. Ne aveva già fatti molti in vita sua, e spesso sognava di correre insieme ai ragazzini su e giù per le scale del cortile in mattonelle grigie, ma in nessuno di quei casi aveva mai avuto un minimo segno di affanno, ragion per cui quello non era un sogno, ma una realtà che –quando la mamma se ne sarebbe accorta- probabilmente le sarebbe costata come minimo un bel rimprovero.
Briciola si era intrufolata oltre la staccionata in una villa al di là della strada ed era corsa incontro ad un altro cagnolino maschietto della stessa razza.
Con il cuore in gola Maria raggiunse la staccionata e non potendo oltrepassare stava per urlare a briciola di tornare indietro, quando un improvviso pensiero la bloccò.
“Si Maria, e proprio quello che stavi pensando il punto” esordì Sipo mettendole una mano sulla spalla.
“A volte bisogna lasciare che le persone o gli animali che amiamo abbiano la loro libertà.”
Non ci fu bisogno di altre parole perché Maria aveva già capito il senso di quello che aveva appena visto.
Briciola aveva trovato l’amore, e la padrona del cagnolino aveva accettato di buon grado la nuova componente della famiglia.
“Quando morirò” chiese di getto voltandosi verso l’omino che sorrideva ancora alla vista dei due cagnolini in amore.
“Questa notte” rispose Sipo con un sorriso amorevole.
“Ma prima dobbiamo andare a giocare nel cortile che tanto ti piace” disse ancora l’omino tirandola per la mano.
Passarono ore ed ore a correre su e giù per quelle mattonelle grigie, saltando le buche, colorandole con gessetti, giocando a nascondino, finché un lieve chiarore segnò l’avvento di una nuova alba. Fu allora che Maria raggiunse Sipo per il saluto finale.
“Perché devo morire così presto” fu l’ultima domanda che la piccola aveva posto seccamente, come quelle precedenti.
Sipo si sedette su una pietra e poggiò la piccola Maria sulle sue gambe minute e gracili.
“Sai che in questo mondo io ero un bambino piccolo come te?” disse con l’emozione in volto di un caro ricordo.
“Anche io mi ero posto la stessa domanda, e il giorno seguente avevo la risposta. Dopo la mia ultima alba sono stato catapultato in questi luoghi per accompagnare voi piccoli doni del cielo, alle vostre albe, ed ho capito che avevo bisogno di molto più tempo adesso che prima. Se fossi vissuto nel tuo mondo più a lungo, forse oggi non ci sarebbe nessuno qui accanto a te.
Vedi cara Maria, c’è un destino bellissimo per ognuno di noi e quasi mai è come ce lo aspettiamo. Ecco perché nessuno dovrebbe mai piangere per la morte di qualcuno, perché la morte è solo il passaggio verso il nostro nuovo destino, e ci puoi scommettere che il tuo sarà molto più bello e ricco di adesso.”.
Il volto della piccola Maria diventò immediatamente pieno di gioia ed emozione per quella nuova avventura che l’attendeva. Si alzò in piedi e abbracciò Sipo forte come a volerlo stritolare, felice come non mai per quella avventura, e per la curiosità della nuova che stava per giungere.
“Ti ricordi del seme nel campo di fiori?” disse l’omino mentre s’incamminava verso l’uscita del giardino.
Maria fece un cenno con la testa per intendere che ricordava perfettamente ogni parola.
“Domani germoglierai come il seme, e sarai una bellissima storia da raccontare, per tutti quei bambini che non sanno ancora quante meravigliose avventure ci sono oltre questo mondo, e per tutte le mamme che le ringrazieranno del dono ricevuto. A presto cara Maria.” disse l’omino buffo allontanandosi lungo il viale alberato.

Sipo - www.lavocedelmarinaio.com
Note d’autore
La scelta del nome del personaggio Sipo è puramente casuale e fa riferimento soltanto al significato del nome, che ha origini africane e significa “dono grazioso e gradito”.
L’opera va inserita nel contesto sociale e pertanto l’autore si augura che ogni uso di tale opera sia riservato a opere di bene e non di lucro.

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5 risposte a Sipo

  1. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Un ringraziamento a Giovanni Caruso per questo commovente racconto

  2. Marinaio Leccese dice:

    Complimenti Giovanni Caruso … mi hai commosso

  3. Giovanni Caruso dice:

    Grazie Ezio.

  4. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Ti auguro tutto il bene che tu desideri e grazie per la compagnia e l’affetto ma anche per il tuo cuore pio e misericordioso. Un abbraccio grande come il mare

  5. Domenico Cicco dice:

    Si deve solo leggere e riflettere.

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