23-24.1.2016 a Roma in ricordo dei caduti dell’ARMIR in Russia

a cura Silvano Leonardi

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14 risposte a 23-24.1.2016 a Roma in ricordo dei caduti dell’ARMIR in Russia

  1. Francesco Ortega dice:

    per i caduti del corpo di spedizione R.I.P.!

  2. Marinaio Leccese dice:

    Onore ai caduti e riposate in pace

  3. Raffaele Napolitana dice:

    Fu una pazza decisione che provocò il peggiore martirio che subirono i nostri Soldati. Onori a tutti loro.

  4. Lucio Campana dice:

    Furono mandati allo sbaraglio, non avevano nemmeno le scarpe, ai piedi mettevano gli stracci. La neve e il freddo, furono fatali.

  5. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Molti non ce la fecero a sopravvivere ma, per fortuna, molti furono anche quelli ai quali i contadini russi diedero la vita …e non tornarono!

  6. Ruggiero Oria dice:

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  7. Franco Delfini dice:

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  8. Peruzzi Alfiero dice:

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  9. Gianfranco Maffucci dice:

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  10. Mauro Gavin dice:

    Mio nonno è morto il 27 gennaio 1943 in campo di prigionia russo, era un fante del 54 reggimento fanteria della divisione Sforzesca

  11. EZIO VINCIGUERRA dice:

    Ciao Mauro Gavin arditissimo amico mio, chissà le pene che ha sofferto …Un abbraccio a te e a Lui grande come il nostro mare, quello trasparente che nessuno potrà mai inquinarci: è il mare dell’amore!

  12. Raffaele Napolitana dice:

    Riposino in pace tutti coloro che hanno assistito i nostri Soldati.

  13. Mauro Gavin dice:

    grazie Ezio splendide parole da una persona sensibilissima come te,un abbraccio. Nihil Obest

  14. Coro della Brigata Alpina Tridentina in congedo dice:

    Beppe era in Russia, era accanto al tenente Moscioni e al Sergente Rigoni Stern. Nei pressi di Nikolajewka un colpo lo ferì. Riuscì a tornare a casa, alla fine della guerra…
    Così ne parla Mario Rigoni Stern ne “Il sergente nella neve”.
    Onore a voi, Beppe, Mario, Cristoforo, a tutti i soldati andati avanti.
    “Sento qualcuno che geme e invoca aiuto. Mi avvicino.
    È un alpino che era al mio caposaldo sul Don. È ferito alle gambe e al ventre da schegge d’anticarro. Lo circondo con le braccia sotto le ascelle e lo trascino. Ma faccio troppa fatica e me lo carico sulle spalle. I russi ci sparano contro con l’anticarro. Sprofondo nella neve, avanzo, cado, e l’alpino geme. Non ho proprio la forza di continuare a portarlo. Riesco tuttavia a portarlo dove i colpi non arrivano. Del resto i russi smettono di sparare. Dico all’alpino di provarsi a camminare. Egli tenta inutilmente, e ci fermiamo dietro a un mucchio di letame. – Resta qui, gli dico. – Ti mando a prendere con la slitta. E fatti coraggio perché non sei grave.
    Io poi, non mi sono ricordato di mandare giú la slitta, ma i portaferiti della nostra compagnia sono giusto passati di là e lo hanno raccolto. Ho saputo in Italia ch’egli si era salvato, e un gran peso mi è caduto dal cuore. Lo ritrovai un giorno, finito tutto, a Brescia. Non lo riconobbi, ma lui mi vide da lontano, mi corse incontro, mi abbracciò. – Non ricordi sergentmagiú? – Io non lo riconoscevo e lo guardavo. – Non ricordi? – ripeteva, e si batteva con la mano sulla gamba di legno. – Va tutto bene ora –. E rideva. – Non ricordi il 26 gennaio? – Allora mi ricordai e tornammo ad abbracciarci con tanta gente attorno che ci osservava senza capire”

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