Il giovane giudice

di Giuseppe Pavich

(….) Nel frattempo, sul fronte lavorativo gli impegni si intensificavano.
A Fabrizio toccò di fare da relatore in un delicatissimo processo per associazione a delinquere finalizzata all’usura che vedeva alla sbarra undici insospettabili cittadini, tra i quali due commercialisti (uno, il dottor Cristofaro, si era fugacemente visto in una delle cene della comitiva di cui Fabrizio faceva parte) e tre dipendenti del più grosso istituto di credito cittadino, la “Banca della Misericordia Cristiana”.
Non era un mistero per nessuno che il processo, che aveva destato molto clamore in città, era seguitissimo da molti dei nomi che contavano in tutta la provincia. Nell’ambiente forense, nei corridoi del palazzo di giustizia, si era sparsa la voce che un processo con nomi così altisonanti era approdato al dibattimento per merito (o per colpa, a seconda dei punti di vista) di una persona in particolare: il sostituto procuratore Luisa Viganò, una giovane lombarda che, nei quattro anni trascorsi in città, si era vista per strada tre o quattro volte, tanto era assoluta la sua dedizione al lavoro.
Luisa, graziosa anche se non particolarmente bella (brevilinea, rotondetta, gli occhi cerchiati da lenti in acciaio di sagoma rettangolare, i capelli castano chiaro sull’incarnato quasi latteo di un volto da bambina studiosa), curata ma senza valorizzarsi troppo (non un filo di trucco passava sul suo volto), di indole taciturna e riflessiva, era devota all’ufficio di cui faceva parte, anche se la lontananza dalla famiglia di origine – che viveva a Mortara, vicino Pavia – la stava spingendo verso la richiesta di un trasferimento, che i giovani colleghi della Procura certo non si auguravano, ma che a qualche altro illustre esponente dell’ufficio non sarebbe dispiaciuto affatto. Luisa se ne rendeva conto, ma rifiutava l’idea che il suo lavoro ne venisse condizionato.
Perciò, nel condurre le indagini di quel procedimento, ce l’aveva messa davvero tutta: chiedendo ed ottenendo l’esecuzione di intercettazioni rivelatesi preziose, inducendo a poco a poco le persone offese a collaborare, a denunciare e ad inchiodare gli strozzini, nominando un valente consulente tecnico accuratamente scelto fuori sede, per evitare condizionamenti ambientali, ricostruendo con precisione addirittura allucinante ciascun rapporto usurario, con le relative prestazioni ed i relativi responsabili, ruolo per ruolo.
Si sapeva, inoltre, che una delle poche persone con le quali Luisa trascorreva un po’ di tempo in tribunale, per prendere un caffè o per scambiarsi informazioni ed opinioni in ambito lavorativo o extralavorativo, era proprio Fabrizio: con il quale aveva stretto, nel tempo, una solida amicizia, basata su una profonda stima reciproca.
A palazzo lo sapevano: e molti tremavano al pensiero che quell’inchiesta spinosa, così ben condotta da Luisa, sarebbe approdata al giudizio con Fabrizio come relatore.
Il processo fu lungo e tortuoso: due colleghi designati in successione per comporre il collegio, assieme a Fabrizio e al presidente, dovettero astenersi, per i loro rapporti di familiarità ed amicizia con alcuni imputati (uno di loro rese delle dichiarazioni ad una televisione privata, confidando in modo allusivo nel buon esito del processo per l’imputato che era con lui in rapporti di parentela e di frequentazione). Alcuni usurati, come spesso accade in questo genere di processi, ritrattarono fra le lacrime le loro accuse, essendo chiaramente intimoriti e minacciati: più di uno fece intendere, nel venire ammonito sull’obbligo di dire la verità, che non gli importava di dover affrontare un eventuale processo per falsa testimonianza, se questo era il prezzo da pagare per la propria incolumità personale e per quella di moglie e figli. Da alcuni esponenti politici locali non mancarono le prese di posizione pubbliche a sostegno di qualche imputato e con inviti, più o meno garbati, al tribunale a “indirizzare i propri sforzi nella direzione giusta”, oppure a “non lasciarsi trascinare dal clamore della piazza”, od ancora – usando un’espressione spesso abusata in casi simili- a non far volare gli stracci.
Fabrizio fu anche avvicinato da un collega anziano, il dott. Ferdinando Argirò, che di solito lo guardava con aria di superiorità ed a stento lo salutava: un bel giorno costui, dopo essere entrato senza bussare nel suo ufficio, si scusò con lui in modo untuoso, prese il discorso molto alla larga affettando stima e considerazione nei suoi confronti, e finalmente venne al punto:
“…Sei tu che ti occupi di quel processo…quello grosso di usura, no? Gallo più dieci, operazione  Tight Ties…”;
“Sì, perché?”;
“Ecco, vedi, c’è implicato un certo dottor Conte…Fausto Conte…una posizione marginale, credo…niente, volevo dire…guardatela bene, quella posizione”;
“Ma cosa mi chiedi, collega?”, replicò, risentito ed insospettito, Fabrizio, “Io guardo bene tutte le posizioni…”;
“Sì, lo so”, sorrise vagamente imbarazzato il suo interlocutore, “ma mi raccomando, quella posizione…” e qui s’interruppe; poi, dopo essersi rapidamente guardato intorno, gli si avvicinò all’orecchio e, quasi sottovoce, scandì: “…quella posizione…guàrdatela con particolare attenzione”.
Fabrizio annuì senza la minima convinzione, lasciando cadere il discorso e congedando sbrigativamente il collega.
Pur con tutti gli ostacoli, il processo era stato impostato troppo bene in fase d’indagini e le prove, alla fine, furono schiaccianti: tutti e undici gli imputati furono condannati, anche se le pene che Fabrizio aveva proposto in camera di consiglio furono in parte ridimensionate dietro insistenza del presidente: il quale, nonostante l’evidenza delle prove che inchiodavano i colpevoli, nicchiava sulla decisione di condannare alcuni imputati, in relazione ai quali fu costretto ad aderire alla tesi accusatoria solo a prezzo di grandi sforzi di persuasione, compiuti da Fabrizio per metterlo di fronte ai rischi di gravi censure nei successivi gradi di giudizio che una decisione assolutoria avrebbe comportato.
Curiosamente, alla notizia della condanna i quotidiani locali, solitamente così pronti a fare da cassa di risonanza alle assoluzioni, non diedero molto risalto: addirittura il principale, L’eco della città, neppure riportò la notizia, mentre gli altri si limitarono ad un trafiletto in cronaca; l’emittente locale, Telesole 31, ignorò del tutto la notizia.
Nel frattempo Ada, la domestica inviatagli dalla zia,  si era licenziata. Per la verità, non lo aveva fatto in modo formale; semplicemente, dopo essere venuta saltuariamente per un certo periodo, non venne più. Da un po’ di tempo Fabrizio aveva notato una sua minore  attenzione nello sbrigare le faccende domestiche, ma non aveva avuto il coraggio di farglielo notare; neppure aveva detto nulla quando Ada – capitò un paio di volte, negli ultimi tempi- si dimenticò di preparargli da mangiare mentre lui era in ufficio; si era limitato a scendere in trattoria a mangiare un boccone. Dopodichè Ada sparì, senza addurre alcun motivo, né alcuna giustificazione, e nemmeno preannunciando la cosa.
Fabrizio, che dapprima non si spiegava il perché di un simile comportamento, si ricordò in seguito che la donna, in passato, gli aveva lungamente parlato di un suo nipote, tale Alfonso Mistretta, che lei definiva come un povero diavolo, costretto a sposarsi per riparare a un guaio (la solita gravidanza indesiderata) pur non avendo ancora un lavoro: e questo lo aveva spinto verso la mala strada; ma, diceva Ada facendosi scappare qualche lacrima, era un bravo giovane e meritava di essere aiutato e salvato dai guai in cui si era cacciato.
Nessun cenno preciso a guai giudiziari: ma Fabrizio capì l’antifona.
E non si era perciò sorpreso nel trovarsi davanti, come imputato, proprio questo Alfonso Mistretta in un processo per ricettazione e, una settimana dopo, in un altro processo per estorsione continuata. In tali occasioni, la figura del nipote di Ada veniva alla luce in modo del tutto diverso da come gli era stata presentata: Alfonso, secondo quanto emergeva, ostentava un tenore di vita incompatibile con la sua posizione di disoccupato (disponeva di più autovetture di grossa cilindrata, vestiva in modo vistoso, anche se da cafone, ed era anche riuscito a farsi una villa a due passi dalla città, ricavata da un casale di campagna, dove viveva con la numerosa famiglia); in aula, pur essendosi sempre rifiutato di rispondere, ostentava un atteggiamento prepotente e di sfida, interrompendo spesso i testimoni a suo carico con parole di scherno.
Ambedue i processi si erano conclusi, a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, con altrettante condanne, rese più pesanti dagli innumerevoli precedenti penali del Mistretta.
Fabrizio non ne aveva fatto parola con Ada, per non metterla in imbarazzo: ma proprio da allora notò che il comportamento della domestica era radicalmente cambiato.
Concluse quindi che, se nel giro di poche settimane dalla conclusione dei due processi Ada se n’era andata da casa sua, la spiegazione era probabilmente tutta in quelle condanne.
Ne parlò con la zia: la quale, inizialmente, ne fu stupita, perché conosceva Ada come una persona perbene, altrimenti non gliel’avrebbe mandata; poi, si rassegnò all’evidenza, essendosi resa conto che i sospetti di Fabrizio  apparivano fondati.
A Fabrizio toccò quindi cercare, ancora una volta tramite la zia, un’altra persona cui affidare le faccende domestiche: non fu facile, perché l’attenzione all’ambiente di provenienza della candidata era massima; ma alla fine la ricerca ebbe buon esito. E così Rosaria, una ragazza di quasi trent’anni, corpulenta ma velocissima ed agile nello sfaccendare, fu assunta e prese il posto di Ada.

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4 risposte a Il giovane giudice

  1. Giuseppe Pavich dice:

    molte grazie, da marinaio a marinaio; un abbraccio

  2. marco e sandra dice:

    caro Pino adesso anche scrittore ti abbiamo scoperto,dopo averti conosciuto come pittore,pescatore,vignettista,musicista,pallavolista,metereologo,etc,etc,;sempre eccellente comunque.Un saluto dai tuoi fraterni amici sperando di risentirci presto.

  3. giuseppe pavich dice:

    Marco e Sandraaaaaaa????
    Solo ora vedo questo messaggio.
    ma siete proprio “voi”???
    In caso affermativo, datemi un segnale. Dobbiamo assolutamente risentirci, e magari vederci!

  4. marco e sandra dice:

    carissimo,
    siamo,per intenderci,” la principessa Torlonia ed il conte Tacchia” !!!!!
    speriamo di incontrare presto “Sherlock Holmes”
    al Gianicolo!
    contatta Sandra al Comune di Verona num.045-8077111

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