Ingiustizia è fatta

di Giuseppe Pavich

L’aula era gremita di gente: avvocati, testimoni, imputati, tutti in quei pochi metri quadri invasi dalla calura e dall’afa. Il sole delle quattro di pomeriggio entrava, obliquo, dalle alte finestre aperte, e fendeva la folla, illuminandola da un lato con il suo chiarore ancora abbacinante. Le fronti grondavano di sudore; anche le donne si detergevano senza ritegno, qualcuna aveva il ventaglio, qualche altra sventolava un foglio o un giornale davanti a sé. Ma nessuno pensava al caldo.
Là in fondo all’aula, con gli occhi di tutti puntati addosso, c’erano i due protagonisti della vicenda.
Lui – l’imputato- era seduto accanto al suo difensore; tutti, eccetto quelli seduti in prima fila (e, ovviamente, i giudici), lo vedevano di schiena. Se lo avessero potuto osservare in volto, avrebbero visto una faccia di trentenne dallo sguardo torvo, le guance butterate, gli occhi fissati sulle mattonelle in graniglia del pavimento. Il suo avvocato, ogni tanto, gli si accostava lateralmente con la testa, bisbigliava qualcosa al suo orecchio storcendo la bocca, e quello annuiva, senza distogliere lo sguardo da terra.
Lei – la vittima- era seduta allo scranno dei testimoni, con il microfono davanti. Pallida come un cencio, esile, gli occhi e i capelli neri, una maglietta rosa confetto un po’ slabbrata, non un filo di trucco; e gli occhiali, che le davano un’aria appena più adulta dei suoi diciassette anni. Solo chi l’avesse osservata con una certa attenzione avrebbe notato che gli occhi erano lucidi e arrossati. Non aveva voluto che si procedesse a porte chiuse, voleva far sapere a tutti chi era e cosa le aveva fatto il suo aguzzino.
Aveva appena letto la formula d’impegno (una volta si chiamava giuramento) e declinato le sue generalità.
Il pubblico ministero – una donna, quasi una ragazza, sembrava avere poco più dei suoi anni- le stava rivolgendo le domande su quello che era accaduto quel pomeriggio. Lo faceva con aria composta, ma non fredda; ogni tanto accompagnava morbidamente, con il busto in avanti, le sue domande, come una giraffa che protende il collo verso il cibo.
E lei, Anna, la vittima, raccontava. Raccontava come lui, amico di suo padre, l’aveva vista quel pomeriggio percorrere da sola quel viottolo di campagna, poche centinaia di metri da casa sua a quella di sua cugina; le aveva sbarrato il passo con il suo piccolo motocarro Ape, era sceso, l’aveva afferrata per un braccio, le aveva tappato energicamente la bocca con una mano, l’aveva tirata dentro all’abitacolo e se l’era portata in un posto sicuro. Come un animale aveva approfittato di lei, strappandole i vestiti di dosso. Poi, si era alzato, si era abbottonato e, come se nulla fosse accaduto, le aveva chiesto con finta dolcezza: vuoi che ti accompagno io con l’Ape? Ma lei era là, per terra, seminuda, senza neppure la forza di piangere. Aveva dolori dappertutto. Si sentiva sporca. Riuscì solo a dirgli: vattene!
“Ma lei lo aveva frequentato prima di allora?”.
“No, mai. So che a mio padre aveva detto che gli piacevo, ma io gli avevo mandato a dire che si togliesse l’idea dalla testa. Però lo vedevo sempre, in paese, seduto sul muretto, mi guardava, mi guardava strano e rideva, anche quando era con gli amici. Mi salutava per provocarmi, ma io non rispondevo. E poi, dopo un po’, ha fatto questo…”. Tratteneva a stento i singhiozzi.
Lui – l’imputato- aveva smesso di guardare per terra. Ora guardava dritto verso di lei. Uno sguardo quasi dall’alto in basso, con aria di dominio.
Il pubblico ministero finì le sue domande; il difensore di parte civile ne fece poche, tanto per sottolineare qualche aspetto della vicenda.
Poi fu la volta dell’avvocato difensore dell’imputato: un omone grosso, con una chioma lunga e disordinata, lo sguardo liquido come quello di un polpo, la piccola bocca atteggiata ad un falso sorriso, con il labbro inferiore esageratamente proteso in avanti.
Cominciò le sue domande; dapprima con garbo, quasi con gentilezza. Poi arrivò la stoccata:
“E quindi lei non lo frequentava, il mio assistito?”
“No…lo vedevo ogni tanto in paese”.
“Però sua sorella sì che lo frequentava, vero?”
“Che c’entra mia sorella, scusi?”
“Questo – disse l’avvocato soavemente- lo lasci decidere a me; è vero o no che sua sorella aveva frequentato a lungo l’imputato?”.
“Sì, ma…”.
“E perché lo frequentava?”.
“Ma, non so, perché…erano amici, credo”.
“Amici? O forse erano fidanzati?”.
“Non lo so, io…non so se stavano insieme…”.
“Signor presidente, se mi permette avrei la possibilità di far tornare la memoria alla teste. Ho qui una foto – e mentre declamava queste parole aveva già preso a mostrare la fotografia al pubblico ministero e all’avvocato della parte civile- che ritrae il mio assistito con la sorella della qui presente, e con la stessa testimone a sua volta presente: è stata scattata alla festa di fidanzamento di sua sorella con il mio assistito…”.
“Può esibire la foto alla testimone”, concesse il presidente.
“Ma questa…sì, sono io ma…qui avevo dodici anni, è successo cinque anni fa…”.
“Ah sì?- fece il difensore dell’imputato- e, mi dica, quanto tempo sua sorella è stata fidanzata con l’imputato?”
“Io non…io non so…poco tempo, credo…”.
“Si stupirebbe se le dicessi che sono stati fidanzati per tre anni? Signor presidente, le produco il fascicolo del procedimento di risarcimento danni richiesti dalla sorella dell’imputato per rottura di promessa di matrimonio. Come può vedere, l’atto introduttivo della causa risale a meno di due anni fa. Allora, signorina, le ripeto: insiste a dire che non ne sapeva niente? Ma lei vive o no sotto lo stesso tetto con sua sorella?”
“Sì, ma…”
“E allora perché ci viene a raccontare che non sapeva nulla del fidanzamento di sua sorella, di quanto era durato, di come era finito? Dovremmo forse crederle?”.
“Ma…io…”
“ E allora, se è così, perché dovremmo crederle quando lei ci racconta di essere stata violentata dall’imputato? Perché non dovremmo pensare che oggi lei lo accusa per vendicarsi del fatto che il mio assistito ruppe il fidanzamento con sua sorella? Vi ha visti qualcuno, quando è successo il fatto?”
“No, ma…”
“Ci è andata dal medico, dopo? Al pronto soccorso? Da un ginecologo?”
“No, mi vergognavo, stavo male, ero confusa”.
“E se stava così male, perché mai non è andata dal medico?”
“Io…io…”, e sbottò a piangere.
L’avvocato, con malcelato compiacimento, disse: “Ho finito, presidente”.
L’imputato guardava Anna, con sempre più ostentata arroganza. Lei fu avvicinata dalla madre, che le procurò una bottiglietta d’acqua, mormorando a mezza bocca “Bastardo! Bastardo!”.
Anna non aveva avuto la forza di dire ciò che sapeva. Non solo era veramente successo quello che era successo, con lei; ma anche con sua sorella era capitato, durante il fidanzamento, che lui la costringesse a venirci a letto quando lei non se la sentiva, perché era stanca, o perché stava male; e la prendeva a sberle, la insultava; ma lei era innamorata, e si era tenuta tutto dentro, solo a lei aveva confidato qualcosa. Poi, lui aveva deciso di lasciarla, perché – diceva- gliene piaceva un’altra. Non si sapeva chi. L’altra era proprio lei, Anna. Ma questi particolari lei non li aveva detti a nessuno, e nessuno – né il pubblico ministero, né il suo mite avvocato di parte civile- le avevano chiesto nulla al riguardo, in aula.
Il processo, all’udienza successiva, finì. I testimoni erano pochi, e quasi tutti della difesa. Quando il difensore dell’imputato prese la parola per l’arringa finale, inanellando una serie di falsità e di velate parole di scherno nei suoi confronti, Anna fu più volte sul punto di intervenire, di urlare, ma non poteva, La rabbia le montava dentro, quasi le scoppiava sotto i vestiti ad ogni parola di quel vecchio trombone in toga, che ogni tanto la guardava e le sorrideva come a un bambino sciocco. Ma doveva stare zitta.
Dopo qualche ora, arrivò la lettura del dispositivo della sentenza, nel silenzio generale.
“In nome del popolo italiano, il Tribunale, visto l’art. 530 del codice di procedura penale, assolve…”
Alla parola “assolve”, Anna non ce la fece più. Urlò, con tutta la forza che aveva in corpo, “No! Noooo! NOOOO!”. E, con un gesto repentino, si scagliò contro l’imputato, che voltato di spalle si stava congratulando con il suo avvocato, col volto rosso di emozione e di soddisfazione.
A lei restò la magra consolazione di riuscire a percuotergli la schiena, con i suoi piccoli pugni rabbiosi che lui appena percepiva, fino a che i carabinieri di servizio in aula le bloccarono le esili braccia mulinanti, mentre Anna, ancora protesa verso il suo aguzzino salvato dalla giustizia umana, continuava a gridare: “No! Noooo! NOOOO!”.

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