La disfatta di Matapan (parte 3^ di 4 parti)

a cura di Michele Striamo

Le ore decisive

La missione era dunque fallita, al di là di alcuni colpi che si presumeva aver messo a segno su un incrociatore inglese. Nel frattempo la squadra inglese che si era ricomposta con in testa proprio gli incrociatori di Pridham Wippel fu attaccata ma senza successo da due aerosiluranti italiani di stanza in Egeo comandati dal Capitano Buscaglia che comunicarono subito la posizione della flotta inglese al comando dell’Egeo da cui dipendevano che a sua volta comunicò a Supermarina. Il messaggio che fu intercettato da Iachino indicava la posizione della squadra inglese a 79 miglia a sud est delle navi italiane su rotta 210 e velocità 16 nodi ma conteneva anche diverse inesattezze sulla composizione della forza navale nemica e cosa più importante non precisava che l’aereo avvistatore non era un ricognitore bensi due aerosiluranti che avevano attaccato con un siluto proprio la portaerei. Iachino attese la conferma da Roma e quando questa non giunse ritenne l’informazione priva di fondamento, così come fece subito Supermarina.

Alle 14.30 cominciarono una serie massiccia di attacchi aerei contro le navi italiane: se ne ebbero tre sul gruppo Vittorio Veneto, due contro la III div. e quattro contro il gruppo Zara. Il terzo ed ultimo attacco contro la nave ammiraglia fu decisivo; fu condotto con un’azione combinata di tre Blenheim che effettuarono un bombardamento in quota e da un gruppo di cinque aerosiluranti. L’Albacore pilotato dal capitano di corvetta S. Dalyell Stead, pochi istanti prima di essere abbattuto dalla contraerea, lanciò il suo siluro da distanza ravvicinata che colpi la Vittorio Veneto all’elica esterna sinistra erano le 15.29; la nave con il timone di sinistra bloccato e con 4000 tonn. di acqua imbarcate dalla falla rimase immobilizzata per 6 minuti: il servizio di sicurezza riuscì a mettere in funzione una delle pompe idrauliche abbastanza rapidamente e la nave riprese a muoversi con le macchine di dritta a soli 16 nodi alle 15.36 con un lieve appoppamento e sbandando di qualche grado a sinistra. Lo scopo dell’Amm. Cunningham di rallentare la marcia della formazione italiana era stato raggiunto. Iachino dopo aver comunicato l’accaduto, decise di riunire intorno alla grande nave ferita tutte le navi di cui disponeva per proteggerla da altri attacchi aerei, con l’incomprensibile rinuncia ai due incrociatori e ai due Ct. della VIII div. a cui era stato ordinato prima dell’attacco di raggiungere indipendentemente Brindisi.

La formazione italiana alle 18.40 del 28 marzo su cinque colonne era così composta:
– Colonna centrale Vittorio Veneto e 13^ Sq. Ct, nell’ordine Granatiere, Fuciliere, Vittorio Veneto, Bersagliere, Alpino;
– Colonna esterna di dritta 9^ Sq. Ct, nell’ordine Alfieri, Gioberti, Carducci, Oriani;
– Colonna interna di dritta I div. incrociatori nell’ordine Zara, Pola, Fiume;
– Colonna esterna di sinistra 12^ Sq. Ct. Corazziere, Carabiniere, Ascari;
– Colonna interna di sinistra III div. incrociatori nell’ordine Trieste, Trento, Bolzano;

L’amm. Cunningham da successive ricognizioni pur ricevendo la conferma che la nave ammiraglia nemica era stata danneggiata si rese conto che nonostante ciò le sue navi non avrebbero potuto raggiungere la nave italiana. Infatti nel tardo pomeriggio la velocità della Vittorio Veneto era salita a 19 nodi, mentre la mediterranean fleet non poteva sviluppare più di 20 nodi. Decise così di lanciare un ulteriore attacco aereo al tramonto sperando di rallentare ulteriormente la corazzata italiana e distruggerla nella notte. Alle 19.28 gli aerei inglesi, dopo aver atteso nei pressi delle navi italiane il tramonto, si lanciarono all’attacco; 10 aereosiluranti partiti dalla portaerei Formidabile puntarono sulle navi italiane attaccando da diverse direttrici per rendere più difficili eventuali manovre di disimpegno ed uno di questi riuscì a colpire l’incrociatore pesante Pola. Il siluro esplose all’altezza del locale caldaie n° 3 e delle turbine di sinistra, tutti i fuochisti ed i meccanici che si trovavano in quei locali furono uccisi mentre le caldaie 4,5, 6 e 7 furono subito allagate. La nave imbarco più di 3500 tonn. di acqua e rimase alla deriva, delle sue otto caldaie solo tre erano in grado di funzionare ma le tubazioni del vapore di due di esse erano distrutte e la terza si era svuotata: per muovere la nave si doveva riempire l’ultima con acqua di mare, accenderla di nuovo e far salire la pressione; un lavoro che avrebbe richiesto molte ore.

Il prima divisione verso la sua fine

L’Amm. Cattaneo a bordo dello Zara, fu informato che il Pola stava scadendo dalla formazione in quanto colpito da un siluro e appena terminato l’attacco degli aerei inglesi chiese all’incrociatore ferito quali fossero i propri danni; questo messaggio fu intercettato anche da Iachino alle 20.11 che sospettò che una sua nave fosse stata colpita. La conferma giunge sulla plancia della Vittorio Veneto alle 20.15 quando lo Zara comunicava che il Pola era fermo colpito da un siluro. In quei minuti fatali ci si accorse come il sistema di comunicazione e decifrazione dei messaggi fosse troppo lento e ciò portò ad allungare i tempi di reazione. Alle 20.27 fu consegnato a Iachino un messaggio di Cattaneo “ Salvo ordine contrario lascerò due Ct. di scorta al Pola”; questo messaggio si incrociò con uno di Iachino inviato alle 20.18 a Cattaneo e consegnatogli alle 20.21 “I divisione vada in soccorso al Pola”.

Poco prima era stato consegnato all’Amm. Iachino il seguente messaggio “Supermarina informa, da rilevamenti radiogoniometrici risulta che unità nemica sede di comando complesso ore 17.45 trasmetteva con Alessandria da punto a miglia 40 per 240° da Capo Krio”.  Iachino apprezzò che in tale momento la distanza fra i due gruppi fosse di 75 miglia, ma in realtà era a sole 55, ma non considerava che il suo gruppo navale procedesse a velocità ridotta e che quindi il nemico potesse essere molto più vicino. Quindi quando dopo dieci minuti ricevette il messaggio che l’informava del danneggiamento del Pola non considerò nemmeno quest’ultima informazione e decise di inviare un intera divisione navale in soccorso ritenendo che i soli Ct. non potessero far altro che affondare l’unità ferita e non rimorchiarla. Inoltre visto che le uniche navi certe in coda alla propria formazione fossero i 4 incrociatori leggeri affrontati la mattina, gli sembrò necessaria la I div. per assicurare la protezione al Pola, non sospettando  che gli inglesi fossero addestrati da anni nel combattimento notturno ma ben sapendo che le nostre navi maggiori non potevano combattere senza la luce del sole.

Quando Cattaneo ricevette l’ordine di invertire, secondo le testimonianze dell’aiutante di bandiera dell’ammiraglio, Vincenzo Raffaelli, unico superstite dello Stato Maggiore della I div., esclamò “E’ un guaio” e aggiunse “ I due telegrammi si sono sicuramente incrociati. Voglio dare il tempo all’Amm. Iachino di riconsiderare la questione” e non obbedì ma inviò un secondo messaggio a Iachino alle 20.24 “chiedo se posso invertire la rotta per andare a portare assistenza nave Pola”. Cattaneo era quindi dubbioso, ritenendo che forze nemiche stessero tallonando le proprie navi, ma Iachino quando ricevette alle 20.56 questo secondo messaggio non dubitò ma ritenne che anche l’ammiraglio della I div. ritenesse giusto andare con tutte le sue navi e rispose affermativamente a alle 21.06, circa un ora dopo il siluramento del Pola, la I divisione invertiva la rotta. Supermarina fino a quel momento della guerra era sempre intervenuta nelle decisioni dei suoi ammiragli in mare, ma questa volta non riuscendo ad avere le idee chiare decise semplicemente di lasciare all’Amm. Iachino di decidere abbandonandolo a se stesso per poter poi scaricare tutte le colpe su di lui e su i suoi inferiori. Iachino che cominciava ad avere dei dubbi sulla sua decisione inviò un messaggio a Cattaneo alle 21.16 “In caso di incontro con forze superiori abbandonare Pola”. L’Amm. Cattaneo intanto navigava a bassa velocità procedendo in linea di fila con gli incrociatori in testa, e non come prescritto dalle norme italiane con i 4 Ct. a ventaglio a prora delle navi principali. Mentre la moderata velocità ordinata, 16 nodi, portati poi a 22, è giustificabile in quanto i Ct. erano a corto di carburante, non lo è di certo la strana formazione con la quale Cattaneo rese nullo l’apporto delle siluranti, le uniche unità che la regia Marina riteneva adatte al combattimento notturno. Se avesse disposto i Ct. un paio di miglia avanti in avanscoperta rispetto agli incrociatori, una manovra d’attacco tempestiva e decisa da parte della 9^ squadriglia sarebbe riuscita forse a causare nella squadra nemica confusione e ritardo sufficienti per dare tempo agli incrociatori di disimpegnarsi. La spiegazione dell’operato dell’Amm. Cattaneo, essendo caduto insieme al suo stato maggiore, è destinato a rimanere per sempre un mistero.
(fine 3 parte)

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