Il Tricolore e la regione autonoma del Trentino Alto Adige

di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Il 27 dicembre del 1796 si  tenne nella città di Reggio Emilia, dopo la rivolta e la liberazione dal giogo degli austriaci, una riunione che doveva servire come inizio alla nascita della “Repubblica Cispadana. In quell’occasione si riunirono, sotto la presidenza di Carlo Facci, 110 delegati delle città di Reggio Emilia, Modena, Ferrara e Bologna. I delegati parlarono anche di un vessillo che li rappresentasse e li distinguesse dagli altri Stati ancora sotto dominazione.
Il 7 gennaio 1797 il sacerdote Giuseppe Compagnoni fece decretare, dai membri dell’assemblea, che le città della neonata “Repubblica Cispadana” avessero un vessillo di 3 colori orizzontali verde, bianco e rosso e nella parte centrale del bianco venisse impresso uno stemma con 4 frecce dentro una faretra (in rappresentanza delle 4 città fondatrici), 2 rametti verdi e le 2 lettere della stessa neonata repubblica.
Da quel giorno iniziò il suo lungo cammino il nostro amato tricolore, fatto di sacrifici e speranza. Quella stessa bandiera che, cambiando solo le fasce da orizzontali a verticali ed eliminando lo stemma della Repubblica Cispadana, è arrivata fino ai giorni nostri.
Oggi le copie di quel tricolore, oltre che nella sala dove nacque il 7 gennaio 1797, si possono ammirare anche in quei luoghi dove il gruppo dell’Associazione Nazionale Marinai d Italia (A.N.M.I.) di Reggio Emilia.
Copie del Tricolore sono state consegnate alla nave Amerigo Vespucci e lo stesso è avvenuto in occasione del giuramento dei cadetti dell’Accademia Navale di Livorno il 1° dicembre 2007 (una di queste è in bella mostra fissata sull’ingresso della sala bandiere dell’istituto) così come in occasione della “Settimana del Tricolore” il 9 gennaio 2009, oppure il 22 aprile 2009, quando una copia del Tricolore ha trovato posto sull’ultimo gioiello della nostra Marina Militare: nave Cavour.
Il vessillo non manca mai nelle celebrazioni e nelle ricorrenze della Repubblica Italiana e, certamente, sarà presente anche al prossimo raduno che si terrà a Gaeta il 24 e 25 settembre del 2011.
Questa è una piccolissima parte della storia della nostra Bandiera che sventola non solo sulle nostre navi e nei mari di tutto il mondo ma anche in tutti gli edifici istituzionali, compreso quello della regione autonoma del Trentino Alto Adige.
W l’Italia, W il Tricolore.

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6 risposte a Il Tricolore e la regione autonoma del Trentino Alto Adige

  1. Marino Miccoli dice:

    VERDE il colore della SPERANZA che generazioni di Patrioti hanno provato per alfine giungere a un’Italia unita.
    BIANCO il colore della PUREZZA degli IDEALI di tutti coloro che hanno lottato e sono morti per la giusta causa.
    ROSSO il colore del SANGUE versato nella lunga lotta dai Patrioti per l’affrancamento dalla dominazione degli stranieri che ha avuto il suo coranamento nel 1871.
    Ezio carissimo, congratulazione per il tuo pregevole scritto; il Tricolore che sventola nei nostri cieli è e sarà sempre simbolo di LIBERTA’.

  2. Pietro dice:

    Ezio……..il Tricolore è il simbolo dell’Italia……..non scopro l’acqua calda………
    Orbene, da quanto hai così ben descritto, ci sarebbe da dire: chi sono quelli che non accettano questa Bandiera che esprime l’italianità?.ci sono ci sono e me ne vergogno.
    Gli austrieci possono benissimo andarsene via, (va fuori d’Italia, va fuori straniero). Quel tizio che mangia il pane degli italiani si dovrebbe vergognare………ci sarebbe da fare una legge che chi non accetta di essere italiano, non dovrebbe assumere cariche pubbliche. Essendo a statuto speciale, giorni addietro ho letto che hanno fatto un decreto che gli altoatesini non sono vincolati per la partecipazione a concorsi nelle forze di polizia, pur non avendo prestato servizio militare almeno di un anno nelle FF.AA italiane. Già, per me sarebbe, non è costituzionale che non vengono trattati alla stessa stregua degli altri giovani aspiranti a concorsi nei corpi delle forze dell’ordine e similari.
    Mi ricordo che quello che dice “ce l’ho duro” disse ad una signora, a Venezia se non erro, che esponeva il tricolore: con quella bandiera ci vada al bagno e ci si pulisca il c…!!!!!!!!!
    Ora che abbiamo un ministro della repubblica che si permette di esternare simili frasi, cosa ci si può aspettare da un mezzo uomo che rappresenta una provincia? 150 anni fa fu fatta l’Italia…….gli italiani ancora no……

  3. Vito Saponaro dice:

    Caro Ezio, ti ringrazio per questo spaccato di tuo pensiero, affacciato in questa società in cui non mi ritrovo più, benchè sono appena trentottenne. Non nego che mi hai fatto emozionare, sarà che sto attraversando un periodo difficile e mi ritrovo appieno in quello che dici. La società in cui viviamo si sta annullando, e scivola via su un filo sottile che si sta sfilacciando. Sappiamo da dove proveniamo (l’insegnamento delle nostre famiglie sarà la linfa per la nostra sopravvivenza), ma non sappiamo dove andremo a finire. Io spero di essere un buon padre, e cerco ogni giorno trasmettere ai miei figli quello che i miei genitori mi hanno trasmesso, ma non posso non pensare che abbiamo davanti una realtà dura con cui scontrarci, confrontarci e combattere. Nessuno soffoca nessuno, ma continuando su questa falsa riga la società di oggi si sta togliendo l’ossigeno da sola. Un detto cinese recita (l’amore non è abbattuto dalle tempeste, ne dalle bruttezze , ma dall’ambizione). Scusami per questa nenia, ma sei una persona profonda..in tutti i sensi..UNA VOLTA MARINAI, MARINAI PER SEMPRE A PRESTO

  4. Ezio Pancrazio Vinciguerra dice:

    -)) mi avete fatto commuovere, so di non essere solo.
    L’unico consiglio che mi permetto di darvi è quello di non cadere in depressione.
    Concentriamoci esclusivamente sulle cose a cui teniamo veramente e non esclusivamente a quelle materiali.
    Mi avete fatto venire in mente una poesia scritta tanto tempo fa da un poeta definito minore dagli “illuminati di niente” (cioè chi è convinto che i soldi sono tutto nella vita). Questo poeta, come i puri di cuore e di anima, dicendo la “cruda” verità era a suo tempo perseguitato…

    Poesia di
    Giuseppe Gioacchino Belli (Roma, 1820)

    Mentre ch’er ber paese se sprofonna
    tra frane, teremoti, innondazzioni
    mentre che so’ finiti li mijioni
    pe turà un deficì de la Madonna

    Mentre scole e musei cadeno a pezzi
    e l’atenei nun c’hanno più quadrini
    pe’ la ricerca, e i cervelli ppiù fini
    vanno in artre nazzioni a cercà i mezzi

    Mentre li fessi pagheno le tasse
    e se rubba e se imbrojia a tutto spiano
    e le pensioni so’ sempre ppiù basse

    Una luce s’è accesa nella notte.
    Dormi tranquillo popolo itajiano
    A noi ce sarveranno le mignotte ,,,

    Prova a comprare o a farti prestare qualche suo libro e fatti una
    “saltare” risata… non ti fare fregare dalla depressione.

    Vi abbraccio Ezio

  5. Michele tocci dice:

    Grazie Ezio ho riletto con immenso piacere uno stralcio del mio scritto, che tu pubblicasti, riguardante il nostro amato Tricolore.
    Ezio posso aggiungere un piccolo episodio che riguarda i crucchi altoatesini, mi trovavo nei pressi di egna (bz) ho chiesto informazione per una ditta nei dintorni, costui dopo aver visto la targa di reggio emilia mi ha fatto capire a gesti che non parlava Italiano allorche io lo mandai a quel paese lui mi rispose in rima ma in Italiano. Non voglio aggiungere altro giudicate voi! grazie di nuovo , a presto risentirci ciao!

  6. N. Mons. Tizzani dice:

    Potenza del web! Il sonetto (in versione non corretta e originariamente senza alcun titolo)) è di mio fratello M.G., il quale, in una mail inviata il 23 novembre scorso a 24 tra parenti stretti ed amici,aveva premesso scherzosamente le seguenti parole: “Carissimi, nelle mie peregrinazioni in vecchie biblioteche ho trovato un inedito belliano. Mi ha colpito subito il livello assai più basso del sonetto rispetto alla produzione del grande Belli, tant’é che ho pensato all’opera di un suo rozzo e tardivo imitatore. D’altra parte come si dice:’Quandoque dormitat Homerus noster’ Dormicchia talvolta il nostro Omero; poteva dormicchiare anche il nostro infaticabile Belli. Comunque, al di là dell’attribuzione, ve lo mando, se non altro come testimonianza di un’epoca”.
    Poi tutto si è ampliato in progressione geometrica. Può interessare quanto ha scritto recentemente all’autore del sonetto uno dei più grandi studiosi di Belli: «Certo però evidentemente sei riuscito a intercettare un qualcosa che accomuna molte persone: di questo stavo scrivendo a una collega d’università, come cioè la diffusione ‘orale’ (in questo caso virtuale) e anonima sia irresistibile. Ed è buffo che adesso invece si sa chi è il famigerato anonimo…C’è da riflettere su quello che ti dicevo: perché una cosa come il tuo sonetto si è così diffuso, e anonimo, anzi gabellato per cosa di Belli? Perché riflette un “sentimento” comune e riesce a dire quello che tanti sappiamo? Perché la poesia, soprattutto quella in dialetto, “sembra” più libera di esprimersi? Perché l’anonimato (come succede per le favole, per le barzellette, e a pensarci bene anche per le parole) è più forte e potente?».
    Analogamente al Vero Belli che consegnò a Monsignor Vincenzo Tizzani i suoi sonetti romaneschi per custodirli in una cassetta, con la disperata richiesta di bruciare tutto ad una prima, improbabile occasione, anche lo Pseudo Belli continua a farlo con me, Novello Monsignor Tizzani, e mi chiedo perché non li diffonda o non li bruci lui stesso.
    Comunque, al di là degli altri 48 (più o meno su temi analoghi) che intercorrono tra quel primo equivocato sonetto che ha suscitato tante reazioni e il cinquantesimo, al di là della ventina di sonetti ancora successivi, preso atto che cercando con Google l’ultimo verso di quell’ormai famigerato primo sonetto vengono fuori, attualmente, circa 40.000 risultati, e constatando che c’è anche qualche pubblicazione cartacea che lo diffonde a firma Giuseppe Gioachino Belli, mi sembra doveroso rendere pubblico almeno il citato 50° sonetto:

    50 – L’equivoco

    Ce sta quarche cervello sopraffino,
    che letti du verzacci scritti in fretta,
    ha penzato, je piji na saetta,
    a la mano der Massimo Gioachino.

    Uno sbajo accussì, bestie da soma,
    è come scambià er giorno co la notte,
    come pijà le sante pe mignotte,
    come scambià la Lazzio co la Roma.

    A parte er fatto che sti pochi verzi
    a paragon de Belli è robba sciapa,
    li fatti che s’allude so diverzi.

    Na scusa c’è pe ste teste de rapa:
    osserveno, e pe questo se so’ perzi,
    che come allora ce comanna er papa.

    E questo,come diceva padre Dante, ” fia suggel ch’ogn’uomo sganni.”

    Nota di N.Mons. Tizzani: VIVA IL TRICOLORE, nonostante chi oggi fa di tutto per infangarlo insieme al volto dell’Italia di fronte al mondo

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