Lettere alla Mamma, dall’Accademia Navale di Livorno

di Ottaviano De Biase (*)


Michele Scalone, Aspirante Guardiamarina, superati gli esami di fine corso ottiene una breve licenza che decide di trascorrere nella sua Solofra; ed è durante questa sua breve visita alla madre che cade sotto il bombardamento del 21 settembre 1943.

Sabato 30 ottobre, presso la Sala Congressi di S. Chiara, in Solofra, è stato presentato il libro “Lettere alla Mamma, dall’Accademia Navale di Livorno”. Sono intervenuti il Sindaco Antonio Guarino; il Consigliere Delegato alla Cultura e Pubblica Istruzione Dr.ssa Orsola De Stefano, il Capitano di Corvetta della Marina Militare Luigi Nappa, attuale Vice Comandante del Distaccamento di Napoli; la Prof.ssa Mimma De Maio, Direttrice Onoraria Biblioteca Comunale  nonché responsabile del Centro Studi di Storia Locale di Solofra; i signori Lucia Petrone e Alfonso Santoro, coautori; ha fatto da moderatore Lello Venezia, giornalista de Il Mattino. Ha fatto da cornice una nutrita rappresentanza delle Associazioni Nazionali: Marinai d’Italia, Gruppo di Avellino e Famiglie dei Caduti e Dispersi in Guerra di Solofra. Un momento di alta commozione si è avuto con la recita della Preghiera del Marinaio e del Silenzio. Un plauso all’Ufficio Storico della Marina Militare per aver dato la possibilità al folto pubblico presente di ammirare e di apprezzare immagini delle nostre migliori navi sul mare e di alcune pubblicazioni attinenti sempre alla vita sul mare.

Il 21 settembre 1943 Solofra (Av) subì un pesante bombardamento da parte degli Alleati. Uno dei circa 200 caduti quel giorno era appunto Michele Scalone. Solofra gli aveva dato i natali nel 1922, Solofra lo accolse nel suo grembo il 21 settembre 1943.
Il grande sogno di diventare ufficiale della Regia Marina di questo giovane irpino si lega dunque ad un temporaneo quanto tragico evento bellico. Le bombe sganciate su Solofra dagli Alleati distrussero completamente i rioni di Caprai, Balsami, Sorbo Soprano e Cappuccini, provocando una moltitudine di morti e circa 400 feriti. La storia è fatta di tante storie di uomini e di donne ma la storia di questo giovane Cadetto, teneramente chiamato Tittino, scrive in proposito Lucia Petrone, assume significati di grande spessore antropologico ed umano per cui riproporla a distanza di un sessantennio consente di aprire per la famiglia ferite mai del tutto rimarginate, ma per i giovani d’oggi un’inedita finestra sulla città di Solofra di quegli anni difficili e di guerra. Un insieme di lettere che Michele, stando all’Accademia Navale di Livorno, scriveva ripetutamente alla madre Maria Grazia, da cui emergono non solo spaccati di vita in accademia e familiari quanto quelli della stessa Solofra con i suoi toponimi, con i suoi uomini migliori, con i suoi luoghi tradizionali di lavoro e della concia.

Michele giunge a Solofra pochi giorni prima del bombardamento del 21 settembre. Il Prof. Alfonso Santoro ricostruisce quei tragici momenti, arricchendoli di particolari: è mezzogiorno circa quando la tragedia colpisce imprevedibile e disumana. Giunge improvvisa, materializzandosi nel rombo assordante dei motori di uno stormo di aerei alleati che si staglia minaccioso contro l’azzurro impassibile del cielo. E’ un attimo. La gente capisce immediatamente quello che sta per accadere e qualcuno, nonostante la concitazione del momento, ricorda quel duello di pochi giorni prima tra un aereo alleato e un altro tedesco, e i frequenti bengala che illuminavano a giorno le notti illumi della conca solofrana. Non è più tempo di pensare, ma di correre, di ripararsi nei rifugi approntati per tempo o in quelli di fortuna, di confidare nella buona sorte per salvare se stessi ed i propri cari.
Gli aerei sganciano sulla città il loro carico di morte e distruzione. Orribili vampate, miste a spruzzi di terriccio, di calcinacci, di oggetti cari custoditi nelle case si sollevano in alto e ricadono al suolo con un fragore più terrificante delle bombe. E la gente muore! Tittino è alla ricerca disperata della propria famiglia. Ha saputo che si è diretta verso Ponte della Passatora e vuole riunirsi ad essa. Percorre velocemente la Cupitella, la strada che dal rione Toppolo conduce in località Soccorso, passa davanti alla casa colonica dei Giannattasio, raggiunge la Chiesa della Madonna del Soccorso. All’improvviso una tregua che lascia sperare, ma una seconda ondata di bombardieri spegne ogni illusione. Ricomincia la letale pioggia.
Tittino, affretta il passo, giunge presso a preta ra Maronna, una roccia a forma di trono nella quale la pietà popolare individuava il seggio dove si era assisa Maria. Il Ponte della Passatora è vicino. Sta quasi per ricongiungersi ai suoi.
Ad un tratto si sente chiamare. E’ Alfonso Ferrandino, un suo amico convalescente da una malattia. E’ solo, lo prega di fermarsi, di aiutarlo, di fargli compagnia. Tittino è indeciso, poi dà ascolto al suo cuore generoso e lo raggiunge. Proprio allora la bomba esplode a poca distanza da loro. E li uccide! Entrambi! Poi, finalmente, gli aerei vanno via, e mentre il loro rombo si attutiva in lontananza, sulla città ritorna una calma, quasi spettrale, frenetica.
Tittino è morto, compianto da tutti! A recuperarne il corpo il fratello Antonio che, presolo delicatamente tra le braccia come se temesse di svegliarlo, lo riportò a casa affinché, per l’ultima volta, la mamma lo stringesse al petto e gli accarezzasse il volto “faccia a faccia, stretti stretti l’uno all’altra”. Mamma Maria Grazia, impietrita dal dolore, non versò una sola lacrima di fronte ai suoi concittadini. Rifugiatasi sotto la galleria ferroviaria insieme ai superstiti, rimase per tutto il tempo a pregare nel suo assoluto silenzio, terrea in viso e rifiutando il cibo che le veniva offerto. Pochi giorni dopo, il 29 settembre, festività del nostro Santo patrono, cessato del tutto ogni allarme, ritornò nella sua casa del Toppolo ormai vuota e silente. E solo dopo averne varcato la soglia, al riparo degli sguardi altrui, invocando il nome del suo Tittino, dette libero sfogo al dolore, fino ad allora represso nell’anima, piangendo le sue lacrime più amare.”

Però, la sua Accademia di Livorno non l’aveva dimenticato. Il Vice Comandante, Capitano di Vascello Candito Bigliardi, trasmetteva alla “Signora Petrone Scalone Maria Grazia”, il seguente comunicato.
Prosecuzione del mio Foglio 12917 del 20 Luglio u.s. Le comunichiamo che nel Foglio d’Ordine del Ministero della Marina  n° 41, in data 8 agosto 1946 è stata pubblicata la promozione di suo figlio Michele ad Aspirante Guardiamarina con decorrenza nel grado dal 7 settembre 1943.”
L’ultima parte contiene l’epistolario di un intero anno ed altri documenti, a testimonianza di un legame sentimentale fortissimo tra un figlio e una madre, improvvisamente interrotto a mezzogiorno circa del 21 settembre 1943.

(*)
http://www.lavocedelmarinaio.com/2010/03/ottaviano-de-biase/

http://www.lavocedelmarinaio.com/2010/03/notti-di-veglia-in-guerra-fredda/

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Una risposta a Lettere alla Mamma, dall’Accademia Navale di Livorno

  1. ezio dice:

    da facebook

    Ciao Ezio,

    Salvatore ha scritto: “I casi della vita….”

    Salvatore Atzori ha commentato il tuo link.

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