LA REPUBBLICA E LA COSTITUZIONE

di Enrico Cerulli Irelli
Il 2 giugno 1946 gli uomini e , per la prima volta le donne d’Italia furono chiamati a votare per l’assemblea costituente e, contestualmente, a scegliere la “forma di Stato”.
Il periodo che precedette quella data, dalla caduta di Mussolini (luglio 1943), fino all’approvazione della Costituzione (dicembre 1947) fu caratterizzato dalla lenta transizione della sovranità dalla monarchia ai partiti politici, al popolo.
Dopo la liberazione di Roma (4 giugno 1944) Vittorio Emanuele nominò il figlio Umberto luogotenente generale del regno e si formò un nuovo governo, espressione del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), il cui primo atto formale fu il decreto legge 25 giugno 1944, n. 151, considerato “l’atto di nascita del nuovo ordinamento democratico”. Nel primo articolo vi si stabilì, infatti, che dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali (sarebbero state) scelte dal popolo italiano, che a tal fine (avrebbe eletto), a suffragio universale, diretto e segreto, un’assemblea costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato.
Il referendum istituzionale, unico vero momento di cesura con il passato, è stato ciononostante considerato uno “strumento di saldatura” tra vecchio e nuovo regime, che affidando la scelta direttamente al popolo, evitò di gravare l’assemblea costituente di una decisione che avrebbe spaccato il paese, proprio quando bisognava ristabilire i principi fondamentali della convivenza.
Dopo le lacerazioni provocate dalla guerra, il referendum fu, perciò, un importante strumento di pacificazione.
Nell’assemblea si affermarono i tre partiti di massa, che raccolsero il 75% dei voti. La Democrazia Cristiana (DC) ottenne il maggior successo con il 35% e 207 seggi, seguita dal Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP) con quasi il 21% dei voti e 115 seggi. Il Partito Comunista Italiano (PCI) ottenne il 19% e 104 seggi.
L’esito del referendum aveva sancito la fine della monarchia, ma aveva mostrato quanto il paese fosse diviso (i voti per la monarchia furono 10.817.502, per la repubblica 12.817.641). La necessità di sanare le lacerazioni e favorire la riconciliazione tra le due Italie uscite dal referendum si concretizzò nelle prime nomine istituzionali: Enrico De Nicola, di sentimenti monarchici, fu eletto capo provvisorio dello Stato, mentre presidente dell’assemblea divenne il socialista Giuseppe Saragat.
L’assemblea era insieme costituente e parlamento e il principale compito di elaborare la nuova carta costituzionale si pose accanto alle normali funzioni amministrative, di governo del paese. Allo scopo di alleggerire il lavoro dell’aula, si deliberò la formazione di una commissione incaricata di preparare un “progetto”. Essa fu composta da 75 membri, rispettando gli equilibri politici emersi dal voto elettorale e presieduta da Meuccio Ruini, leader politico e giurista stimato presso tutte le forze politiche. Fu stabilita la formazione di tre Sottocommissioni, ciascuna incaricata di elaborare una parte del disegno di costituzione: la prima, presieduta dal democristiano Umberto Tupini, per le norme della costituzione relativi ai diritti civili e politici dei cittadini; la seconda, con presidente il comunista Umberto Terracini, per l’organizzazione costituzionale dello Stato; la terza, infine, sotto la presidenza del Socialista Gustavo Ghidini, per i rapporti economici e sociali. Il rispetto degli equilibri politici fu assicurato anche nella composizione delle sottocommissioni.
Il 31 gennaio 1947 il “progetto di Costituzione” fu presentato all’assemblea ove fu accolto da molte critiche, che venivano da ambienti monarchici, ma soprattutto da parte di quei vecchi liberali, legati ancora ad un modello ottocentesco di politica, che erano stati esclusi dalla commissione. Le accuse mosse da questi illustri esponenti della cultura e della classe politica prefascista, riguardavano principalmente l’inclusione, nel testo costituzionale, dei diritti sociali in quanto norme non direttamente azionabili.
Al di là di queste critiche, il “progetto” e poi il testo definitivo, fu il risultato di una convergenza dei maggiori partiti su alcune questioni fondamentali.
Nella prima parte della costituzione “diritti e doveri dei cittadini” si realizzò una felice sintesi tra i diritti di libertà della tradizione liberale e i valori della solidarietà ai quali i partiti popolari erano più sensibili (libertà individuali, diritti sociali). Su un altro punto le principali forze politiche trovarono convergenza: “il ruolo centrale dei partiti politici”.
Le differenze, invece, si mostrarono nel dibattito sulla forma di governo. Qui non fu soddisfatta l’esigenza della razionalizzazione del sistema parlamentare e prevalse il compromesso: comunisti e socialisti accettarono il bicameralismo, le autonomie locali e la Corte costituzionale, in cambio della rinunzia ad ogni tentativo di razionalizzazione del sistema parlamentare da parte delle altre componenti della assemblea.
La prima Costituzione democratica italiana, approvata con gran solennità il 22 dicembre 1947, fu promulgata dal capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre ed entrò in vigore il 1° gennaio 1948.
Era una costituzione molto avanzata sul piano dei diritti sociali e dei rapporti economici. Tuttavia il processo di attuazione è stato lungo e irto di difficoltà: alcuni istituti come le regioni, o la Corte costituzionale, o il Consiglio superiore della magistratura, trovarono attuazione solo molti anni dopo l’approvazione del testo.

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