Venezia

di Marcello Finocchiaro

Venezia di sera è spettrale. L’odore d’acqua salmastra e di salsedine si insinua in ogni anfratto, in ogni crepa dei muri delle vecchie case e lo si può sentire in ogni parte della città. Quella sera Vanni lo percepiva ancora più del solito. L’umidità lo aveva avvolto appena fuori di casa e il freddo lo aveva costretto a chiudersi ancora di più nel mantello nero che indossava. La maschera che portava, bianca come il volto di un fantasma, offriva riparo al suo volto contro il vento gelido che soffiava dalla laguna. Si diresse velocemente, rasentando il muro, verso il ponte e lo attraversò rapidamente, in direzione della piazza. Lungo il cammino non incontrò quasi nessuno, solo tre o quattro passanti, anche loro in maschera, che si dirigevano come lui al centro del Carnevale. Poteva già sentire in lontananza le voci e i suoni che provenivano dalla piazza in cui la folla aveva già iniziato a far ressa. Attraversò un altro ponte e poi costeggiò il canale. I lampioni gettavano sul lastricato una luce gialla e ovattata per la leggera foschia, una luce assolutamente inutile. Vanni proseguì ancora per qualche decina di metri e poi la vide. Era riversa nell’acqua, a faccia in giù e il vestitino bianco, ampio e finemente decorato di pizzo, le galleggiava attorno come due grandi ali. Dapprima Vanni si arrestò per lo stupore, poi, realizzato che la bambina potesse essere ancora viva, si precipitò verso di lei e la trasse fuori dall’acqua, adagiandola sull’acciottolato. Non respirava e aveva gli occhi chiusi. Vanni, togliendosi la maschera, le aprì la bocca e comincio a soffiarle aria nei polmoni, con forza. Tra un presa d’aria e l’altra gridò violentemente aiuto, ma non c’era nessuno nelle vicinanze e in più, il frastuono del Carnevale adesso era molto vicino. La bambina non dava segni di vita e Vanni fu preso dal panico. Continuò a praticarle la respirazione forzata e di quando in quando le schiacciava il torace per rimetterle in moto il cuore. Non che avesse nozioni di medicina, ma aveva visto come facevano in televisione e sperava che si stesse comportando in modo corretto. Provò ancora per qualche istante e d’un tratto la bambina cominciò a tossire e a vomitare acqua. L’uomo ne fu tanto felice quanto sorpreso. Non avrebbe creduto di riuscire nel suo intento, quello di salvare la vita a quell’esserino gracile che poteva avere, sì e no, otto anni. Il viso di lei era pallido, stravolto, ma nonostante il pallore e le labbra cianotiche, Vanni si accorse che la bimba era carina, con due occhi grandi, blu come l’oceano, che sembravano brillare di luce propria. La bambina continuava a tossire e Vanni si tolse il mantello e la coprì. Poi, quando lei si fu calmata un poco, la sollevò, la prese in braccio e si diresse in tutta fretta verso la piazza. Adesso doveva cercare aiuto, un medico o qualcuno che potesse accompagnarla in ospedale, poiché aveva certo bisogno di cure immediate. Superato l’ultimo angolo, Vanni si trovò in piazza, in mezzo ad una grande ed incredibile confusione. Centinaia, probabilmente migliaia di persone in maschera affollavano la grande piazza già coperta di coriandoli e fettucce di carta colorata. Musica, canti e risa riempivano l’aria e la luce dei lampioni, riusciva in qualche modo a vincere le tenebre di quella notte senza luna. Venne spinto a più riprese in ogni direzione da personaggi surreali, indifferenti alle sue richieste di aiuto. Le maschere erano incredibili e assolutamente affascinanti. C’erano Arlecchini e Balanzoni, dame e cortigiane, animali, vampiri, guerrieri e cavalieri. C’era Luigi XVI e buona parte della sua corte, c’erano astronauti ed extraterrestri, personaggi fantastici e protagonisti dei cartoni animati. Vide anche una straordinaria Torre Eiffel che si faceva largo tra la folla, ondeggiando. C’erano poi musicisti con trombe e tamburi, che creavano un frastuono indicibile. Vanni non riusciva ad attraversare la piazza. La ressa era insuperabile e lui si ritrasse, tornando in qualche modo sui suoi passi. Si accorse che la bambina lo stava osservando con stupore e cercava anche di dire qualcosa. L’uomo si rintanò nell’ansa di un portone, per evitare di essere spinto dalla marea di gente in una direzione non voluta. Il portone era solo socchiuso e lui vi entrò. Una scala stretta e ripida portava agli alloggi dei piani superiori. Si sedette sul secondo gradino, sempre tenendo in braccio la bambina. Doveva asciugarla, in un modo o nell’altro, ma non osava toglierle il vestito. La adagiò accanto a sé. “Non aver paura. Vado di sopra a cercare aiuto.” le disse e lei gli fece un cenno con gli occhi, segno che aveva compreso. Vanni salì velocemente due rampe di scale fino al primo pianerottolo e bussò ad una delle due porte del piano. Non ebbe risposta. Allora provò all’altra e sentì, dopo qualche istante, i passi di qualcuno all’interno che si avvicinava. Sentì aprirsi lo spioncino e una voce di donna che gli chiese: “Chi è lei e che cosa vuole?” “Ho bisogno di aiuto” disse lui. “Ho ripescato una bambina nel canale ed è fradicia e infreddolita. La prego, mi aiuti!” supplicò. “Non vedo nessuna bambina” replicò lei. “E’ giù all’ingresso” ansimò. “Vado a prenderla”. Si volse e scese velocemente le scale.  “Vieni, ti prendo in braccio” sussurrò alla piccola e la afferrò con un braccio sotto alle ginocchia e un altro dietro le spalle, sollevandola.

Salì nuovamente le scale e la porta si aprì prima ancora che lui fosse giunto al pianerottolo, non appena fu in vista. Sull’ingresso la donna lo accolse facendosi un po’ in disparte per lasciarlo passare e non appena fu entrato, richiuse la porta e gli fece strada fino ad una stanza in cui c’era un divano. “La metta sdraiata qui” gli disse. “Bisogna che si asciughi subito”:  Vanni uscì dalla stanza, mentre la donna cominciò a spogliare rapidamente la bambina che adesso aveva cominciato a tremare. L’uomo si sedette su una sedia nel corridoio e attese che la donna finisse di prestare aiuto alla piccola. Poco dopo lei uscì dalla stanza e lui vide alle sue spalle la bambina che era stata avvolta in una grande coperta di lana e che stava cominciando a riprendere colore. “Le preparo qualcosa di caldo, un brodo, magari” gli disse. “Sì” fece lui. “La ringrazio per avermi aiutato. Io mi chiamo Vanni” disse ancora, tendendo la mano. Lei la strinse con un mezzo sorriso: “Molto piacere, io mi chiamo Serena”. “Venga, parliamo mentre preparo il brodo”, lo invitò lei. Lui la seguì in fondo al corridoio fino alla cucina. La casa era antica, ma non vecchia, dalle pareti imponenti come se ne facevano una volta, per tener fuori l’umidità della laguna. Non era nemmeno molto grande, potè constatare Vanni, e arredata con gusto. La donna lo precedeva e solo allora lui la osservò con più attenzione. Vide che era graziosa, sui trenta, con un portamento elegante. Non era molto alta, ma assolutamente proporzionata. Portava i capelli, nerissimi, raccolti sulla nuca e fissati da un grosso fermaglio di legno lavorato. Le spalle dritte e una bella nuca. “Come si chiama la bambina?” gli chiese lei. “L’ho chiesto, ma non è riuscita a dirmelo. Non riesce a parlare”. “Non lo so. Era in acqua, a faccia in giù e priva di sensi”. “Beh, bisognerebbe saperlo. Sapere come rintracciare i genitori che magari stanno cercandola.” Lei prese un pentolino e lo riempì d’acqua, mettendolo poi sul fuoco. “C’è il Carnevale giù in piazza” fece lui. “La confusione è totale, bisognerebbe chiamare i carabinieri e segnalare loro il fatto.” aggiunse. Serena si voltò verso di lui. “Non c’è telefono qui. Bisognerà chiamare dalla piazza oppure andare direttamente in caserma”. L’acqua cominciò a bollire e la donna vi immerse un dado, rimescolando piano con un cucchiaio. Vanni si rese conto che lei era davvero bella. Aveva il naso piccolo e diritto, una bella bocca con denti bianchi e perfettamente allineati e gli occhi di un blu intenso, stranamente simile a quello degli occhi della bambina che era nell’altra stanza. Aveva mani piccole, proporzionate, con le unghie corte, molto ben curate. Il vestito azzurro era semplice, corto al ginocchio con la vita alta, di stoffa morbida che si adattava alle curve del corpo, non mettendole in risalto, ma lasciandole intuire. Le caviglie affusolate e le gambe ben tornite. Il tutto era assolutamente armonico. Davvero molto attraente, pensò Vanni. “Stava andando alla festa?” chiese lei, costringendo Vanni a distogliere lo sguardo dalla sua figura. “Sì. Lei non va?” “No. Troppa gente ed io non amo la confusione. E poi, il Carnevale mi inquieta. C’è sempre la possibilità di fare brutti incontri.”, disse. Si strinse un po’ nelle spalle con una grazia che fece sorridere Vanni. “Ecco, è pronto.” disse lei togliendo il tegame dal fuoco e versando in una tazza il brodo fumante. Si incamminarono, uno dietro l’altra, verso la stanza in cui la bambina li aspettava. Lei sorrise un po’ appena li vide entrare ed ebbe anche la forza di tendere le mani per prendere la tazza che Serena le porse prontamente, facendo attenzione a non far traboccare il brodo bollente. La piccola ne bevve un sorso. Era ancora troppo caldo e aspettò qualche istante prima di portare ancora la tazza alle labbra. Vanni e Serena la osservavano. L’uomo era ancora un po’ scosso dalla vicenda ed un po’ in apprensione. Serena sembrava tranquilla, invece. In un angolo della stanza una stufa a legna irradiava un bel calduccio e quel tepore, misto al brodo caldo, fece tornare un po’ di colore sul volto della bambina, mano a mano che beveva. Vanni cominciò a rilassarsi vedendo le gote di lei che stavano perdendo il pallore di prima. “Stai meglio?” chiese alla ragazzina. Lei fece un cenno con la testa e abbozzò un mezzo sorriso. “Sì, grazie.” disse poi in un sussurro. “Come ti chiami?” chiese Serena. “Dove sono i tuoi genitori?” La bimba la guardò negli occhi e si fece seria. Anche lo sguardo le si incupì. “Mi sono persa, credo” disse lei. “E poi sono scivolata in acqua”, aggiunse. “Volevo andare alla festa, nella piazza grande”. Vanni le chiese come mai fosse da sola. La piccola non rispose e si limitò a guardarlo negli occhi. Il suo sguardo era serio e indecifrabile. Vanni ne fu colpito. Quella bambina aveva un che di misterioso e, anche se non riusciva a definirne il motivo, lui sentiva di essere a disagio. Alla fine distolse lo sguardo e si rivolse a Serena. “Vado giù a cercare un telefono. Magari i genitori hanno denunciato la scomparsa della piccola e i carabinieri la stanno già cercando”. “D’accordo”, disse la donna. “Baderò io alla bambina, intanto che lei è via”. E lo accompagnò alla porta. Vanni uscì dall’appartamento, scese giù fino all’androne e si immerse nella folla. Aveva freddo. Aveva lasciato il mantello, comunque zuppo d’acqua, a casa di Serena. Si strinse nella giacca e ne alzò il colletto, cercando di ripararsi il più possibile. Quando si mosse per attraversare la piazza, nevicava. “Non è stata fatta alcuna denuncia di smarrimento” gli disse l’appuntato. “Non risulta che ci siano genitori che abbiano perso bambini”. Vanni era perplesso. Com’era mai possibile che una ragazzina di quell’età andasse in giro di notte, da sola, in una serata talmente fredda? Diede al carabiniere i suoi dati personale e gli comunicò l’indirizzo di Serena, indirizzo in cui avrebbero potuto trovarlo e, soprattutto, trovare la bambina. Dopo che ebbe ringraziato e salutato, uscì di nuovo in strada e si avviò verso la casa di Serena.

Avrebbe dovuto attraversare ancora una volta la piazza, non c’era altra strada per tornare all’appartamento della donna. Aveva impiegato venti minuti buoni per andare da un capo all’altro della piazza e per giungere alla vicina caserma. Si fermò un attimo, come per prendere una rincorsa mentale, e si tuffò tra la folla. Tra spintoni e urti riuscì a giungere dall’altra parte e, costeggiando il muro, si avviò verso l’angolo in cui aveva infilato il portone poco più di un’ora prima. Alcune persone in domino, con maschere inespressive, lo circondarono ridendo e gli lanciarono sbuffi di coriandoli. Cercò di divincolarsi, ma quelli continuavano a bloccarlo, ridendo. Alla fine gli concessero di sgattaiolare con un ultimo lancio di carte colorate. Si fece largo a forza tra le maschere ed entrò rapidamente nel palazzo. Salì le scale e vide che la porta dell’appartamento di Serena era aperta. Entrò, sorpreso e guardingo. Dentro non c’era traccia della bambina, né della padrona di casa. Le chiamò, ma non ebbe risposta. Non riusciva a trovare una spiegazione al fatto che si fossero allontanate. Diede un’occhiata alle varie stanze, per sicurezza. Quindi decise di tornare fuori. Si voltò e sulla porta vide la bambina. “Ma dove siete andate?” chiese.  “Serena è dovuta uscire”, disse lei. “Mi ha chiesto di aspettarti e di accompagnarti da lei quando fossi tornato. Vieni, è qui vicino…”. Vanni la guardò, sorpreso e dubbioso. Aveva uno strano, vago senso di inquietudine e di allarme in testa. Non capiva, non si spiegava perché Serena avesse incaricato la bambina di venirlo a prendere per accompagnarlo poi chissà dove. Tuttavia decise di seguirla. Lei lo prese per mano e lo condusse giù per le scale fino al portone. Lo attraversarono uscendo nella piazza, misteriosamente deserta. Non più maschere, né musica, né coriandoli. L’unica cosa rimasta era il freddo e la neve che continuava a cadere. Solo allora si rese conto che la bambina indossava di nuovo il vestito bianco di pizzo, asciutto e vaporoso. Lei lo guidò a ritroso lungo la stradina da cui era venuto, quella che costeggiava il canale in cui l’aveva trovata quasi annegata. Fu allora che vide Serena. Galleggiava nel canale, con la faccia rivolta in giù e i bei capelli neri aperti a raggiera tutto intorno al capo. E d’un tratto, all’improvviso ricordò. Ricordò che ogni anno, una volta ogni anno, la sera di Carnevale, da lungo tempo, lui tornava lì e traeva la bambina esanime fuori dall’acqua, tutte le volte, nella vana, illusoria speranza di salvarle la vita, perché la piccola potesse diventare donna, perché diventasse Serena, sua figlia. Le lacrime gli rigarono il viso e tutta la tristezza e l’infelicità del mondo gli appartennero. La piccola gli sorrise, di un sorriso malinconico e si allontanò piano, svanendo nell’oscurità lasciandolo solo con i suoi ricordi, i suoi rimpianti ed il suo dolore.

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