Il racconto del marinaio e della luna

di Andrea Sirri

…a volte si scrive per il puro bisogno di scrivere e per null’altro. Non servono link o visibilità.

Il marinaio era seduto sul ponte della sua nave. Fumava molto e beveva. Sapeva che in mare queste sono le uniche cose che un uomo può fare per dimenticare il canto delle sirene. Tra il buio delle acque, il tetro spettro della nebbia che avvolge il cielo, non rimane spesso che la sensazione di vuoto ad avvolgerci. Non era freddo ma forse la mancanza della luna gli regalava brividi che lo aggredivano. Era un marinaio forte, forse il più forte che i mari del cuore abbiano mai conosciuto. Era cresciuto nella periferia est di una piccola città, al confine tra la campagna e la città. Voleva essere un grande uomo ma prima di questo un Uomo. Aveva lottato sempre per ciò in cui credeva ma ancor di più per le persone in cui credeva. Il giorno del suo imbarco aveva capito di aver fallito in tutto. Si sentiva pesante, inadatto. Si sentiva di non poter più dare nulla. L’amore che tante volte lo aveva reso immune da qualsiasi attacco ora lo aggrediva come il peggiore dei nemici. E per un marinaio questo è un brutto segno.

Il marinaio era seduto sul ponte, seduto e con la testa rivolta sopra la nebbia. L’amore, nella sua mente, era proprio come il cielo, nascosto, forse solo malamente celato. Oltre la nebbia spesso vive la più dolce e tonda delle lune. Detto da un marinaio prende un sapore tutto particolare questo pensiero. I marinai infatti sostengono che l’unica stella importante sia la stella polare, fredda indicatrice della direzione da prendere. Per lui no. Lui si emozionava nel vedere una luna rossa, una luna piena che illuminava le onde calme dell’oceano. Era un marinaio molto particolare, una di quelle persone che ha sempre mille pensieri e che tiene nascosto il suo più intimo io. Come un orso, un drago da tutti cacciato il cui unico sogno è vivere in pace. Ma è facile diventare orsi in mare. I compagni di viaggio non sono certo signorine o intellettuali che hanno compreso i misteri di questa esistenza. Con questa gente certo diviene difficile anche solo pensare di fare conversazione quando il mare gonfia e promette tempesta. A volte è preferibile chiudersi in se stessi e lottare con i denti quando le acque infuriano. In mare, come nella vita, ognuno salva se stesso. In bufera tanti uomini spesso finiscono in mare. Ci finiscono per tanti motivi. Alcuni perché si erano sbronzati la sera prima e quindi non erano pronti alla fatica, altri perché militari di ritorno dal fronte e quindi senza le forze necessarie. Altri come i preti per paura, così tanta paura delle onde da aver mal di stomaco già all’approdo. Un giorno lontano lui invece aveva deciso di non parlare a nessuno, di regalare i pochi averi che possedeva pur che lo lasciassero navigare in tranquillità. Aveva il fisico lacerato da una vita che non sapeva di benessere ma di desideri mancati, aveva il volto di un bucaniere a cui hanno sottratto la spada. Uno solo racconta di averlo visto sorridere; un bambino che entrato nella sua stanza lo aveva minacciato con un finto pugnale. Ma solo lui e non si sa se tutto ciò sia vero. Davanti a nessun adulto si è mai permesso di essere gioviale. Sempre di lui si raccontano diverse cose, alcune davvero infamanti e altre più naturali. Ma la gente parla, la gente ama parlare questo è un fatto noto.

Seduto sulla prua della barca fumava con grandi boccate, quasi a chiedere che quel veleno lo potesse rendere immune dai dolori. Nel suo braccio sinistro portava un tatuaggio, piccolo, di quelli fatti a mano nelle nottate dove è inutile cercare di dormire. Era una piccola luna con sotto una frase emblematica: chi guarda più lontano? A nessuno spiegò mai il significato di quella frase nonostante fosse la domanda più frequente che gli rivolgessero. Lui alzava solo lo sguardo, sorrideva, e diceva che per un marinaio saper guardare lontano vuol dire salvarsi la vita o perderla definitivamente. Difficile capire, ma forse Lui nemmeno voleva farsi capire. Il giorno del suo ultimo imbarco non chiese compenso. Chiese solo di poter scegliere la rotta, la destinazione. Gli fu concesso. Un po’ per l’esperienza già maturata, un po’ per merito di quei tanti incarichi pericolosi portati a termine con successo che solo i pazzi accettano. Si presentò al porto senza nessun tipo di bagaglio, soltanto un po’ di fogli di carta ed un paio di penne, le sigarette ed una foto. Non so se in quella foto ci fosse il senso di tutto questo, a pensarci bene è molto probabile, ma a nessuno la mostrò e quindi lasceremo questo piccolo particolare alla fantasia di chi sta leggendo queste mal poste parole. Una sera di quel lungo viaggio, dopo un terribile inverno, lo si vedette in piedi su di un barile. Stava piangendo. Stava parlando ma nessuno osò avvicinarlo.

I marinai, quelli con la scorza di un tempo, odiano farsi vedere mentre piangono. Era li, maestoso come un bronzo e fragile come un alito di vento. Era finita la stagione delle nebbie e il cielo era tornato per la prima volta a mostrare i propri gioielli. Nuovamente, in quel silenzio irreale rotto solo dalle onde che si infrangevano sullo scafo, fissava una luna splendente; un miracolo della creazione, un diamante collocato al centro della volta celeste. Era davvero bella quella sera la luna. Mancava solo una musica dolce a completare un quadro che solo un poeta avrebbe potuto descrivere. Gli mancava il fiato e vederlo faceva davvero particolare. Non era il tipo da lasciarsi andare a certi romanticismi; lui era un duro. Si dice che abbia combattuto contro i peggiori mostri marini che la storia della reale flotta ricordi. Si dice che più volte abbia incontrato la morte e per questo gli abbiano affibbiato il soprannome di diavolo rosso. Ma vederlo in quello stato….vederlo con quegli occhi pieni di coraggio che lasciavano cadere una lacrima non era certo confortante.

In tutto l’equipaggio si sparse allora un certo nervosismo, una paura di andar incontro a qualcosa di avverso, come un presentimento, una paura. Il sentirsi topi in trappola, chiusi in una scatola che non aveva finestre. Ogni notte era peggio. Lui tornava sul suo barile e ricominciava la sua litania, preghiera potrei chiamarla. Ogni notte il suo equipaggio si sentiva sempre più oppresso; certo non potevano attribuirgli colpe ma piano piano cercavano di salvarsi, di nascondersi, di non vedere con gli occhi quello che col cuore potevano toccare. Nessuno osò avvicinarlo. Nessuno osò capirlo. Dopo qualche notte sparì. Si era accorto di quanto stava suscitando nella vita delle persone. Lui amava e aveva perso la sola cosa per cui valesse la pena di cavalcare il mondo; l’unico fiore che riuscisse in pochi attimi a trasformare la sua paura in gioia. Sentiva forte la paura dei compagni e aveva deciso di allontanarsi. Un po’ come gli elefanti che quando sentono arrivare la fine si defilano, tornano a cercare se stessi in una valle dove gli angeli puri li privano di ogni ulteriore dolore e preoccupazione.

Aveva scelto l’amore come dono, aveva scelto di non far penare chi non capiva il suo pieno sentimento. Sulle montagne ad ovest cercò un rifugio, una casa, una voce. Ma anche li capì che l’unica voce da seguire era quella del suo amore. Il marinaio non era più seduto sulla prua della barca, ora possiamo anche dire che non era più un marinaio. Quest’Uomo ora era salito sulla montagna più alta alla ricerca di quegli angeli. Salì talmente in alto che anche l’aria diventò più difficile da respirare ma ciò non lo turbava. Si arrampicò per sentieri dimenticati, passò accanto a cascate bellissime che desiderò condividere con altri occhi, osservò la natura che si rigenerava dopo un inverno freddo. La sera si sedette su di una roccia e attese. Era l’unica cosa che ormai potesse fare. Attendere. Non vi era anima viva da turbare ormai, non vi era più alcuno a cui la sua presenza potesse destare sospetto o timore. Qui era solo, solo con la sua anima. E scese la notte. Il buio avvolse tutta la valle, tutti i boschi ed i ritmi della vita mutarono. Attese per circa una settimana e proprio quando stava per mollare, sentendosi ancora una volta inerme davanti ad un mondo difficile, la notte prese finalmente colore. Quelle valli, fino a poco prima scuri laghi di pece, si illuminarono irradiati dallo splendore di una luna che mai si era vista; una luna che avrebbe lasciato Dio stesso senza parole. Tra le lacrime di un uomo che null’altro desiderava alzò gli occhi e sorrise. La luna, capì ancora una volta che gli uomini sono figli di tante paure ma che in fondo sono eroi, eroi degni di vivere accanto agli dei.

Scese senza far rumore accanto a lui. Non si dissero nulla, non si parlarono. Si guardarono solo negli occhi. Il vento smise di smuovere le appena nate frasche. Lasciò ai due la possibilità di generare l’eterno, di vivere l’attimo che precede il vuoto. Lo stesso sole si sentì talmente estraneo e invadente da fuggire e chiedere al tempo di gioire senza dannarsi a correre. I due continuarono a guardarsi per giorni e giorni. La gente si chiese la spiegazione di tante tenebre e si spaventò. Presa dal panico si lasciò andare a gesti inconsulti e spaventosi ma da che mondo è mondo la gente non ha mai capito. Era solo amore. Il più bello degli amori, il più dolce degli amori. Il più desiderato degli amori. Al settimo giorno i due si levarono in cielo. “Luna mia perché tanto ti sei fatta attendere, perché di questo amore hai voluto vedere solo una parte e regalarmi l’oblio come infinita beffa ? Ho mai dunque chiesto la tua sofferenza ? Ho mai reso lecito un tuo dolore che nella notte affogavi ? Dimmi perché di questo crimine ho pagato il pegno e nel sangue chiuderò con sdegno. Non son uomo solo per nascita ma per dignità, non son di carne che per apparenza perché le mie parole possono affondare l’anima. Dimmi astro così splendente quale orrore posso aver celebrato in tua offesa.”

La luna tacque e sorridente continuò a volteggiare poi, dopo che il marinaio capì che non era più il momento di parlare, si rivolse a lui con voce soave e gentile:

“Non continuare a cercar motivo amore mio; non esistono specchi d’acqua che non vengano rotti dalla pioggia. Ma quella stessa pioggia li rigenera, tanto maestosi, tanto unici e privi di menzogne. Gli animali si avvicinano a loro e specchiandosi in cotanta meraviglia capiscono di esser dono d’amore, figli di un dio che li ostacola per farli ritrovare, che li ignora per renderli più forti e desiderosi di dare amore. Non chiedere, amore mio. In fondo al tuo cuore sai già tutto perché sei ancora qui nonostante la nebbia mi abbia celato a te per tanto tempo. Gioisci di questo attimo e ricordalo in eterno. Sia per te fonte di riflessione e conferma che l’amore è grande, molto più del nostro piccolo cuore. I due si allontanarono, si abbandonarono all’amore puro dei bambini e giocarono tutta la notte a rincorrersi nel cielo. Danzarono e volteggiarono talmente dolcemente da far piangere i santi e i diavoli saliti in superficie a salutare e glorificare questo nuovo idillio. La gente nemmeno allora capì, la gente nemmeno allora comprese che il marinaio era come loro ma aveva saputo sfidare il cielo e urlare che sarebbe stato re, re per una notte purché accanto a quel suo amore impossibile. Quel marinaio vi riuscì.
Da allora, su quelle montagne, il mese fiorito di ogni anno, si festeggia il marinaio che danza la luna.

Non vi sono motivi particolari, nemmeno i vecchi ricordano più perché si festeggia; lo fanno solo perché è scritto, perché nessun destino è così segnato come quello degli innamorati. La gente dimentica, gli innamorati no.

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