Gioacchino Cataldo

di Pancrazio Vinciguerra

Avevo già sentito parlare di lui. I marinai lo chiamano il “rais della tonnara” (il capo dei tonnaroti, l’uomo che comanda la mattanza, il custode dell’antica arte della tonnara) ed effettivamente il mare e la tonnara su di lui hanno un richiamo irresistibile. La cosa che mi saltò agli occhi al nostro primo incontro, a Genova, fu la sua enorme stazza. Quando me lo sono visto davanti sembrava un dio greco sceso in terra: imponente nella stazza, pelle abbronzata impregnata di sale, una barbona folta ancora bruna nonostante l’età. Sotto la camicia sbottonata, porta sempre al collo in bella mostra il suo gioiello preferito, un dente di pescecane impreziosito da una montatura in oro. E’ talmente imponente da svettare di un buon mezzo metro su di me ed ha l’aspetto da vecchio lupo di mare …non a caso lo chiamiamo “Poseidon”. I nostri sguardi si sono subito incrociati e cercati. Dopo le presentazioni di rito ci siamo messi a parlare ovviamente di cose di mare. Gli chiesi della mattanza dei tonni. Lui mi descrisse le tecniche di pesca; dimensioni, estensioni e posizionamento delle reti; movimento e afflusso dei tonni e il ritmo del lavoro di squadra dei tonnaroti.

Mi raccontò che nella fase culminante della mattanza, i tonni, sapientemente condotti attraverso un sistema di camere collegate consecutivamente, restano prigionieri nella camera della morte e qui vengono arpionati, uno ad uno, e sollevati sulle barche. Mi disse che questo è il momento più intenso e concitato e il lavoro diventa faticosissimo perché ci si può trovare di fronte a tonni del peso di alcune centinaia di chilogrammi. Gioacchino è depositario di particolari conoscenze e abilità, trasmesse di generazione in generazione. Per questo motivo è iscritto nel Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia (Libro dei Tesori Umani Viventi), nel senso attribuito dall’Unesco (Intangible Cultural Heritage) nella convenzione approvata nel 2003. Una vita passata a cacciare tonni, ad affinare con l’esperienza la propria arte di pescatore, fino a diventare il capo della tonnara. Si racconta che la tonnara di Favignana (l’isola in cui Gioacchino dimora d’estate) ha catturato una miriade di tonni (sebbene il pescato delle ultime stagioni si sia attestato attorno ai milletrecento) e i tonnaroti rappresentano i detentori di un’arte che è prima di tutto un motore per il turismo e l’attività da cui dipende la sopravvivenza stessa della comunità residente sull’isola.

La mattanza, da attività economica fondamentale, si è trasformata in spettacolo a beneficio dei turisti. A questo proposito “Poseidon” mi dice: “a Favignana i turisti sono molto più numerosi dei tonni”. Quello di Favignana è il pregiato tonno rosso che Gioacchino porta in giro per l’Italia, perché d’inverno il “Rais” diventa il conteso cuoco delle belle serate di società dove lo ingaggiano per preparare succulenti polpette di tonno e inimitabili crudi ai quali lui solo riesce a dare un tocco di unicità, per impartire lezioni ai giovani allievi nelle scuole alberghiere e per parlare della sua grande passione: la mattanza.
Di lui ho il ricordo di due dediche scritte in un biglietto che conservo gelosamente:
– Carissimo Ezio, stupendi ti saranno i bei ricordi, se tu essi con la mente li rivivi;
– Ezio, alcune volte un sincero grazie, detto con il cuore e con la luce degli occhi, basta per rendere felice un uomo.

Per ulteriori informazioni consultate il sito www.gioacchinocataldo.it

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