Francesco Morosini

di Pancrazio “Ezio” Vinciguerra

Nato nel 1619, discendente da antica e nobile famiglia veneta, entrò giovanissimo nel servizio militare e rimase imbarcato per più di vent’anni, durante i quali partecipò, segnalandosi per il valore, a tutte le operazioni belliche della Serenissima. Fu dapprima, per tre anni, “Nobile di Galea” e operò lungo le coste albanesi contro i pirati che infestavano l’Adriatico; nel 1639, poco più che ventenne, fu promosso “Sopracomito” (comandante di galea). Durante la guerra di Candia (1646) divenne “Governatore” (comandante) di una galeazza, quindi fu “Capitano del Golfo”, Nel 1652 fu nominato “Provveditore dell’Armata Veneta” e nel 1656 “Procuratore Generale di Candia”. Quarantenne, ebbe il Comando in Capo della Flotta con la nomina a “Capitano Generale”; con le poche navi a disposizione riuscì a distruggere alcune fortezze dei minacciosi Turchi. Nel 1687 l’Armata Veneta espugnò il Pireo e conquistò Atene, il cui simbolo architettonico, il Partenone, era stato distrutto dalle cannonate dell’alleato conte svedese di Koenigsmark. Di questa operazione, comunque, il Morosini si assunse, in qualità di comandante della flotta, la piena responsabilità. La vittoria gli fruttò il titolo di “Peleponnesiaco” ed il Senato di Venezia gli riconobbe i grandi meriti di patriota con una targa posta nella sala dei Dieci, ancor prima che fosse eletto doge.

Il 3 aprile 1688, in seguito alla morte del doge, Francesco Morosini fu eletto suo successore con un unico scrutinio. Il sigillo ed il corno ducale gli furono consegnati a Egina dove il neo doge si trovava per operazioni militari. Tutto ciò costituì un fatto  eccezionale nella storia della Serenissima, giacché non era mai accaduto che un capo della flotta impegnata in guerra fosse eletto Doge e mantenesse, su ordine del Senato, il comando. Nel 1689 il Morosini, colpito da una malattia in età ormai avanzata, chiese ed ottenne di lasciare il Comando Supremo e tornò a Venezia con onori trionfali. Dal suo ritiro di Marocco, dove aveva stabilito la propria dimora, pur governando la città, lo tolse nel 1693 la necessità di recuperare alla Serenissima alcune fortezze passate ai Turchi. Portata a termine con successo anche questa impresa, riacutizzatasi la malattia, presago dell’imminente fine inviò al Senato e al Popolo veneto il seguente messaggio:

“Ci dispiace di non aver potuto fare di più nel servizio alla patria e quanto di più essa meritasse”.

Morì  a  Nauplia il 6 gennaio 1694, dove furono sepolti il suo cuore e le viscere; il corpo fu traslato a Venezia e tumulato nella chiesa di Santo Stefano.

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