Corsari nel Mediterraneo

di Orazio Ferrara

Intorno alla metà del 1500, al culmine delle incursioni turche nel Mediterraneo, era castellano dell’isola di Pantelleria, posta tra la Tunisia e la Sicilia, don Giovanni della nobile famiglia Salsedo di antica origine spagnola e gran capitano delle locali milizie per mandato del feudatario dell’isola, il barone Giuseppe dei Requesens di Palermo, figlio di Bernardo. I Requesens attingeranno in seguito il titolo di Principi di Pantelleria con privilegio del re di Spagna, Filippo III, nell’anno 1620.

Ed è proprio sotto il governatorato baronale di don Giovanni Salsedo che Pantelleria si trovò a far fronte ad una delle incursioni barbaresche di più inaudita ferocia che le cronache dell’isola ricordino. Al battesimo del fuoco la milizia feudale, composta in prevalenza da isolani, diede prova di grande valore, si batté con coraggio e determinazione, ma la scarsità e la vetustà dell’ artiglieria e lo stato miserando delle fortificazioni del castello, congiunte ad una schiacciante superiorità numerica. dei corsari turchi, fece pendere la sorte delle armi in favore di quest’ultimi. Ciò determinerà il successivo intervento dell’imperatore Carlo V di Spagna, che dichiarerà Pantelleria “frontiera armata in faccia al nemico” e pertanto procederà urgentemente alle riparazioni del castello, a dotarlo di artiglieria efficiente e a sostituire la milizia feudale con quella regia, mandando quindi una guarnigione stabile di fanteria spagnola, da cui discendono gran parte delle famiglie pantesche attuali.

Una prima incursione era avvenuta nell’anno 1550, quando una flotta turca al comando del Grande Ammiraglio Sinan si presentò davanti alle coste dell’isola ed attaccò il castello a mare, detto attualmente, impropriamente, del Barbacano. La milizia pantesca, comandata forse anche allora dal Salsedo, si difese accanitamente per tre giorni e tre notti. Alla fine il fuoco concentrato dei cannoni delle navi turche, attraccate nello specchio d’acqua antistante il castello, riuscì ad aprire una breccia nei bastioni delle fortificazioni. Ma non vi fu l’assalto generale; si riuscì, con astuzia diplomatica, a patteggiare con Sinan e i saccheggi furono così limitati.

La seconda incursione turca fu di ben altro spessore, avvenne tre anni dopo la prima, nell’anno 1553, ad opera del terrore dei mari del tempo, il sanguinario corsaro Dragut, o più esattamente Torghud, degno allievo del suo maestro, il terribile Khair-ad-din, noto in Occidente con il nome di Barbarossa. Per Pantelleria fu la tragedia, e come tutte le tragedie che si rispettino ebbe il suo prologo.

Il severo governo di don Pedro Toledo, viceré di Napoli, aveva creato nel vicereame non poco malcontento fra i nobili locali, tra questi il Principe di Salerno, che, rifugiatosi presso la corte di Francia, invogliò il re Enrico II, nemico giurato degli spagnoli, ad invadere il Napoletano. Ma per attuare il piano occorreva un potente alleato, che fu trovato in Solimano II , sultano dell’impero ottomano.
Solimano dunque fece allestire prontamente una poderosa flotta di centocinquanta vascelli da guerra, onde veleggiassero alla volta delle coste napoletane in appoggio al tentativo francese d’invasione per mare. Si affidò il comando dell’armata turca a Dragut, abile ammiraglio nella guerra da corsa e allora nelle grazie del sultano per aver contrastato, con fortuna, la flotta genovese -spagnola al comando dell’ ammiraglio Andrea Doria.

Nel tempo convenuto, Dragut comparve rapidamente sulle coste della Calabria, sbarcò e mise a sacco molti villaggi rivieraschi, poi proseguì, gettando infine le ancore nel golfo di Napoli, al largo di Procida, in attesa della flotta francese. La sola vista delle navi turche sparse il terrore, e molti cittadini preferirono abbandonare la città di Napoli. Per diversi giorni Dragut aspettò invano i francesi, poi, dopo uno scontro vittorioso nelle acque del Circeo con la flotta del nemico di sempre, il Doria, rendendosi conto che il golfo di Napoli poteva adesso trasformarsi per lui in una trappola mortale, diede l’ordine di far vela verso Costantinopoli. L’ordine rese furenti gli equipaggi turchi, che vedevano così sfumare il bottino e il saccheggio agognati nelle lunghe ore di navigazione. Ed è proprio davanti alla rotta di queste furie umane, avide di sangue e di razzie, che si parerà nel viaggio di ritorno verso Costantinopoli, evitato l’infido e nemico stretto di Messina e bordeggiate le coste siciliane, l’isola di Pantelleria, ultimo presidio della Cristianità verso l’Islam.

Era un giorno d’agosto dell’anno 1553. Quel giorno il mare davanti l’isola nereggiava per i centocinquanta vascelli da guerra dalle verdi bandiere con la mezzaluna, agli ordini di Dragut, che perfino nel nome aveva assonanze con l’essere crudele per eccellenza: il drago. Non fu dato e non fu chiesto quartiere. A nulla valse il coraggio da leone di don Giovanni Salsedo e l’eroico sacrificio dei suoi militi. Davanti a quelle furie umane, destinate ad invadere un regno, e che adesso invadevano una minuscola isola, ogni difesa fu impossibile. Poi iniziò il saccheggio, lo stupro e il massacro. Niente fu risparmiato, né gli uomini né le cose, le chiese, profanate, diventarono degli immensi falò, così il castello e l’intera cittadina. Nel rogo delle chiese andarono distrutti i registri parrocchiali, che riprenderanno a funzionare dall’anno 1584. Don Giovanni Salsedo, sfortunato castellano dell’isola, cui Dragut non poteva perdonare l’orgoglio di aver avuto l’ardire di resistere all’intera flotta ottomana, fu tratto in catene con la moglie e i figli sulla nave ammiraglia. Seguiranno la triste sorte circa mille panteschi tratti in schiavitù. L’isola fu quasi spopolata, intere casate pantesche scomparvero per sempre, ingoiate dalla voragine di una tragedia senza precedenti.

Dall’alto del ponte di comando della sua nave ammiraglia, il crudele Dragut dovette osservare compiaciuto, com’era suo costume, il saccheggio delle sue orde sanguinarie, non immaginando che proprio un’isola, la vicina Malta, di lì a qualche anno gli sarebbe stata fatale. A Malta avrebbe pagato il fio di tutte le atrocità commesse, trafitto da uno scheggione di roccia, colpita da un cannone, durante un assalto alla fortezza di Sant’Elmo.

Il terribile episodio dell’incursione di Dragut restò tanto impresso nella memoria degli abitanti di Pantelleria, che per generazioni se ne tramandò l’orrorifico racconto. Trecento anni dopo, esso diede lo spunto ad un maestro elementare pantesco, Domenico Pianaroli, per l’ispirazione di una tragedia in versi, che fu pubblicata a stampa nel 1867 con il titolo “La distruzione di Cossyra”.

Storicamente la vicenda fu però spostata nel secolo VII al momento della conquista saracena dell’isola, ma in effetti la trama ricalca esattamente l’incursione di Dragut del 1553. Il poeta immagina una fierissima difesa dei Cossyresi agli ordini dell’amato castellano, il prode Araldo, contro uno sterminato numero di saraceni, condotti da Abd-el-Melik-Ibn-Katan e sbarcati all’Arenella. La tragedia si conclude con il castello e la cittadella di Cossyra in fiamme e con crudele strage dei Cossyresi e di tutta la famiglia del governatore: Araldo, la fedele e forte sposa Leonilda e il loro figlioletto di dieci anni, Nardino.

Di Giovanni Salsedo e della sua famiglia non sappiamo, allo stato attuale delle ricerche, se furono liberati dietro pagamento di un cospicuo riscatto, com’era in uso in quel tempo per le famiglie facoltose. Comunque un ramo dei Salsedo continuò a fiorire nell’isola di Pantelleria fino ai giorni nostri.

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