C’era una volta un aquilone

di Toty Donno

Era legato ad un filo sottile e si librava nell’aria, come danzando,
pilotato dolcemente dalle mani esperte di un piccolo uomo, il suo creatore.
L’aquilone gioiva nel vederlo sorridere mentre lui danzava,
ma un giorno sentì il desiderio di andare più in alto,
di volare da solo e si accorse che quel filo, quel filo sottile glielo impediva.
D’un tratto quell’esile filo che era stato l’unione col suo creatore
divenne per lui come una catena opprimente.
L’aquilone cominciò a dimenarsi, a dare strattoni,
ad imprecare contro quel piccolo uomo che lo teneva prigioniero.
Tanto si agitò che ad un certo punto il filo si spezzò.
L’aquilone cominciò a volare da solo, finalmente libero,
felice di danzare nel vento senza catene.
Il piccolo uomo lo chiamava, supplicandolo di non andare troppo in alto,
ma egli, ormai libero, non ascoltava le sue parole.
Improvvisamente il vento divenne più forte e cominciò a sbatterlo da ogni parte,
a trascinarlo in una folle corsa.
Avrebbe voluto rallentare, fermarsi per un attimo, ma non poteva.
Il vento lo feriva con le sue raffiche mortali,
lo mandava a sbattere contro le cime degli alberi e non poteva scansarle.
I rami aguzzi gli strappavano brandelli di carta,
mettevano a dura prova il suo esile scheletro.
L’aquilone cominciò ad aver paura,
a pensare che presto il suo volo sarebbe finito per sempre.
Guardò giù e, sotto di sé, vide il piccolo uomo che correva affannosamente,
cercando di non perderlo di vista.
Provò nostalgia per quel viso sorridente,
ma il vento non gli dava tregua, sembrava divertirsi a tormentarlo.
All’improvviso il vento cominciò a scemare e l’aquilone
pensò che presto si sarebbe finalmente fermato.
Guardò diritto davanti a sé e vide una grossa pozzanghera che sì faceva sempre più vicina.
Provò un brivido di terrore, ma non poteva cambiare strada.
L’acqua lo accolse in un abbraccio mortale e sentì la carta rammollirsi, disfarsi lentamente.
“E’ la fine”, pensò, ma poi,
improvvisamente si sentì sollevato delicatamente da una mano familiare.
Il piccolo uomo, tutto sporco di fango,
lo asciugò pazientemente, curò le sue ferite,
sistemò il suo esile scheletro e lo legò di nuovo con quel piccolo filo.
Passarono i giorni e l’aquilone tornò a volare legato a quel filo sottile,
tra le mani del piccolo uomo.
Capì che era bello volare insieme a lui,
danzare per lui e quel filo sottile non gli sembrò più una catena crudele,
ma un appiglio sicuro, un rifugio contro le avversità.

Siamo liberi di spezzare quel filo sottile che lega la nostra vita a Dio,
ma la libertà che otteniamo e che ci fa volare dove vogliamo
ci porta davvero alla vera felicità?

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